lunedì 12 giugno 2017

Nebraska

Siamo a Billings nello stato del Montana. Un uomo anziano, affetto da una certa confusione senile, riceve una lettera dove c'è scritto che ha vinto un milione di dollari e che per ritirare i soldi deve andare a Lincoln, la capitale del Nebraska. Il vecchio non capisce che la lettera è solo una becera pubblicità e "fugge" ripetutamente di casa per tentare di andare a prendersi i soldi. Il fatto che Lincoln sia distante più di mille chilometri non lo turba minimamente e, anzi, ha tutte le intenzioni di farsela a piedi.

La moglie è incavolata come una biscia perché si deve occupare di questo marito che, tra le altre cose, si è fissato con questa storia del milione e a tutte le ore prende, parte, si perde per le strade e deve poi venire recuperato nelle stazioni di polizia.

Questa moglie cerca di convincere i due figli a ricoverare il loro padre in una casa di riposo. Uno dei figli sarebbe anche d'accordo mentre l'altro, che sta vivendo una sua crisi personale, capisce che il padre, con questa storia dei soldi, sta manifestando una scintilla di vita in quella che è un'esistenza piuttosto piatta e decide di prendere ferie dal lavoro per poterlo accompagnare in Nebraska.

Lungo la strada, padre e figlio si fermano nella città natale del vecchio, presso alcuni parenti che iniziano a comportarsi come melliflui avvoltoi non appena fiutano odore di soldi (già perché il vecchio nella sua ingenuità spiffera ai quattro venti la faccenda della vincita).

Come andrà a finire il viaggio di famiglia? Qualcuno vincerà qualcosa? Agli spettatori il piacere di scoprirlo.

Ci sono un sacco di film del tipo "slice of life" dove i personaggi, di solito uno o due, vengono mostrati in un periodo di crisi più o meno esistenziale da cui si tirano fuori facendo le cose più varie. Esempi di questo genere potrebbero essere "Imogene - Le disavventure di una newyorkese" con Kristen Wiig, o "The Meddler" con Susan Sarandon. Codesti film sono più o meno gradevoli ma, dopo che li ho finiti di guardare, spesso penso: "cosa mi rimane?"
La maggior parte delle volte la risposta è: "poco e niente".

Invece "Nebraska" mi ha fatto riflettere su diverse cose. Il regista Alexander Payne ha scelto uno stile molto realistico per cui i personaggi, con i loro gesti, dialoghi e silenzi, sono incredibilmente vivi e veri. Attenzione, con questo non voglio dire che il film abbia uno stile da documentario, con tanto di telecamera traballante, inquadrature discutibili o parolacce bippate. Niente di tutto questo, qui ci sono riprese curate, una bella fotografia (non patinata), una bella colonna sonora di ispirazione country con qualche brano avente una reminiscenza messicana dovuta all'utilizzo di strumenti a fiato.

L'effetto realistico di questa pellicola è dato dal fatto che nulla sembra essere lì per venire filmato. Niente dialoghi a effetto o vezzi attoriali a beneficio della macchina da presa. Ed è perciò che da questi personaggi così veritieri emergono dei caratteri universali che con le loro tragedie personali parlano direttamente allo spettatore.

Si riesce bene a comprendere il personaggio della moglie del vecchio: è una rompiballe ma si è occupata praticamente da sola della famiglia perché il marito non è riuscito a superare i suoi traumi personali e si è rifugiato nel suo mondo, in compagnia della bottiglia. Lei è inoltre frustrata per essere considerata una rompiballe e sente di non essere apprezzata per quello che ha fatto. Dice al figlio:"Tu e tuo fratello vi preoccupate sempre per vostro padre. E io? Perchè non portate me a trovare mia sorella?"

Non so perché continuo a trovare
somiglianze dappertutto: Will Forte,
nel ruolo del figlio accompagnatore,
in questo film mi sembra il tennista
Roger Federer
D'altronde lei e il marito sembrano essersi sposati più per convenzione che per convinzione e si sa che spesso le cose fatte soprattutto per soddisfare i desideri esterni e non quelli personali portano con sè un carico di tristezza, di rabbia e di altri sentimenti negativi assortiti. Il figlio cerca faticosamente di far breccia nel muro di incomunicabilità che c'è tra lui e il padre - tipico muro che c'è assai spesso tra parenti stretti - e non si capacita di come il vecchio ci abbia messo ben poco pensiero nel matrimonio e nel concepimento dei figli. No anzi, è forse proprio nel concepimento che ci ha messo l'unico pensiero.

Nel film si vede poi una varia umanità che passa il tempo con una birra in mano a intontirsi davanti alla tv (e si potrebbe estendere il concetto a uno schermo in generale). Le uniche cose che paiono scuotere leggermente i neuroni di queste persone sembrano essere i discorsi sulle macchine. I discorsi sui soldi agitano i loro neuroni con un po' più di forza, a dire il vero.

E in tutto questo emerge la figura del vecchio, al tramonto di una vita non soddisfacente, quasi sul ciglio della porta della casa di riposo, perché "è meglio per lui", come dice uno dei figli. Ecco, se c'è un fatto di cui si può stare sicuri nella maggior parte dei casi è che l'ospizio non è la cosa migliore per chi ci deve andare. Certo, non è facile occuparsi di un anziano e per poterlo fare bisogna avere la possibilità ma anche la voglia di mettere da parte alcune cose della propria vita. Nel film, il figlio che caldeggia per la casa di riposo è un presentatore tv di un certo successo.

Faccenda della casa di riposo a parte, il vecchio ha un modo di fare che non suscita particolare simpatia. È cocciuto e burbero eppure quella sua ostinazione a me ha fatto provare compassione ed empatia. Perché il vecchio vuole a tutti i costi comprarsi un furgone anche se non potrà guidarlo? Perché vuole comprarsi un compressore in sostituzione di uno che gli era stato sottratto decenni addietro anche se non lo utilizzerà mai? Credo che ci siano situazioni nella vita in cui ci si aggrappa irrazionalmente e in maniera apparentemente ingiustificata a qualcosa, ma quel qualcosa rappresenta forse l'unica possibilità di riscatto in quel momento. Una certa cosa può essere irrilevante in alcuni momenti della vita, ma di importanza capitale in altri. E il figlio accompagnatore lo capisce, anche se magari non sa cosa esattamente passi per la testa al padre - a questo padre di cui in fondo sa poco e che cerca di conoscere anche mettendo insieme i racconti di chi lo ha conosciuto in passato.

Il film è in bianco e nero ma io lo definirei piuttosto "a scala di grigi". Secondo me, le immagini prive di colore sottolineano lo stato d'animo dei protagonisti che stanno vivendo senza entusiasmo e sono permeati di una sorta di malinconica tristezza. Eppure c'è un tocco quasi favolistico nel finale, come a dire che forse l'amore è proprio la chiave di tutto, la forza che - senza retorica - è davvero in grado di fare la differenza.

lunedì 29 maggio 2017

Scusate se esisto

Locandina che sembra la copertina
di un giornale di programmi TV
Domanda: chi è che dà i titoli ai film? No, perché se non mi fossi accorta che tra gli attori c'era la Cortellesi, non mi sarebbe passato neanche per la testa di guardare un film con un titolo del genere. Avrei pensato che fosse un filmetto per mocciose stile "Scusa ma ti chiamo amore" o "Scusa ma ti voglio sposare", vista anche la presenza di Raoul Bova. (E non è granché meglio il titolo inglese "Do you see me?")

Invece, fortunatamente il film non ha niente a che spartire con prodotti del genere ed è anzi una gradevole commedia con qualche spunto di riflessione.

La Cortellesi interpreta Serena Bruno, un architetto abruzzese che, dopo aver lavorato con gran successo all'estero, decide di ritornare in Italia pensando di continuare qui la sua brillante carriera. Invece, soprattutto per il fatto di essere donna, non riesce a trovare lavori adatti alle sue competenze.

Un giorno, Serena scopre che c'è un bando di concorso per la riqualifica di un grande complesso edilizio e, nel tempo che le rimane dopo il lavoro come cameriera e fattorina, elabora un progetto da presentare al concorso.

Il giorno della consegna del progetto, Serena arriva davanti alla commissione, ma ancor prima di iniziare a parlare, viene scambiata per la segretaria/assistente di un fantomatico architetto Bruno Serena che, non potendo farlo di persona, ha mandato lei a presentare il lavoro.

Lei è presa alla sprovvista, ma decide di cavalcare l'equivoco pensando che il progetto abbia più possibilità di essere preso in considerazione se ritenuto opera di un uomo. Non aggiungo altro per lasciare allo spettatore il piacere della visione.

Il film è grazioso, ha qualche momento stile fiction (ad esempio la sottotrama riguardante il rapporto tra il personaggio di Bova e suo figlio), ma nel complesso trovo che sia ben fatto. Ammetto che mi piace parecchio il personaggio della Cortellesi perché è molto positivo e propositivo. Rappresenta un po' quelle persone che si danno da fare, che investono tempo ed energie in cose che non è detto che abbiano poi un ritorno pratico. Quelli che dedicano ogni ritaglio di tempo a un progetto in cui credono, oppure quelli che sono disoccupati ma impiegano il loro tempo ad acquisire nuove competenze e che magari sono così coraggiosi da aprire una loro attività, anzichè star lì a cazzeggiare in rete.

La cosa che però mi ha forse più interessato nel film è che la protagonista non si occupa di un generico progetto di architettura, bensì della riqualifica di un complesso edilizio realmente esistente e per cui all'epoca del film era stato indetto davvero un bando di concorso. Il complesso in questione è il Corviale. Ora, probabilmente sono io che vivo nel paese delle fate, però confesso che non sapevo dell'esistenza di questa struttura che - leggo su Wikipedia - è stata costruita qualche decennio fa ed è pure apparsa in diversi film.

lunedì 22 maggio 2017

Planet 9 from Outer Space + Bride of the Monster

La curiosità di vedere almeno un film di Ed Wood ce l'avevo (in maniera sporadica, si intende), da quando Tim Burton gli aveva dedicato un film. Wood era un bizzarro regista degli anni '50, tirato fuori dalle nebbie dell'oblio nel 1980 dal critico Michael Medved che lo definì "il peggior regista di tutti i tempi". E da quel momento, Wood è diventato in America un regista cult.

Un po' come fece qua in Italia la Gialappa's Band che, con il programma Mai dire TV, rese indimenticabili la ormai mitica telenovela piemontese e tutti quegli stravaganti personaggi che conducevano improbabili programmi nelle reti locali di tutto il Bel Paese.

Tornando a Wood, era in particolare il film "Plan 9 from Outer Space" a venire definito il peggiore della storia del cinema. Non so voi, ma a volte, quando sento parlare molto, ma molto male di un film, mi viene questo desiderio perverso di vederlo, quel film e verificare di persona quali livelli di bassezza riesce a raggiungere.

E siccome il film è presente su Youtube, qualche sera fa ho deciso che era arrivato finalmente il momento di godermi la visione di "Plan 9 from Outer Space".

La locandina recita una frase che dice qualcosa del genere:"Orrori indicibili dallo spazio profondo paralizzano i vivi e resuscitano i morti!"
Non sarebbe stata fuori posto nella lista di slogan a effetto che ho elencato in questo post.

"Gli indicibili orrori" consistono in quattro alieni (uno si chiama Eros e per fortuna non canta) che, a bordo di alcuni dischi volanti, solcano i cieli americani tentando di mandare messaggi al governo. Siccome il governo li ignora/se ne frega/non li prende sul serio/li prende a cannonate (a scelta), gli alieni decidono di attuare il "Piano 9" che consiste nel risvegliare i morti e farli zombescamente marciare nella capitali della Terra. Vedendo questa parata di zombi, i terrestri non potranno più ignorare l'esistenza degli alieni e ascolteranno il loro messaggio che in pratica è: voi umani siete così stupidi da non capire che state sviluppando delle armi che vi porteranno a far esplodere il Sole e, per una reazione a catena, tutto l'universo. Nientemeno.

Immagino che il film sia stato girato con un budget grosso modo equivalente a un pranzo da MacDonald's e condito con la filosofia del "non si butta via niente".
Ad esempio: anni prima di girare questo film, Wood aveva ripreso Bela Lugosi che faceva cose varie, tipo sventolare il suo mantello da Dracula o uscire/entrare da una casa. Sono brevi riprese che sembrano dei test pellicola (ma che sicuramente non lo erano, dubito che Wood potesse permettersi di "sprecare" pellicola per fare delle prove). Lugosi morì non molto tempo dopo aver fatto quelle riprese. Qualche anno più tardi, quando Wood realizzò "Plan 9 from Outer Space", pur di poter dire che Lugosi era fra gli attori, decise di riesumare quei vecchi filmati e di inserirli nel film. Riuscì in qualche modo a incastrarli nella trama, un po' con l'aiuto di una voce narrante e un po' con delle scene girate per fare da collante. Ma queste scene di raccordo, che avrebbero comunque richiesto la partecipazione di Lugosi, sono interpretate da un tizio che tiene tutto il tempo il mantello davanti alla faccia per non far vedere di non essere Lugosi!
L'assurdità della cosa viene ben sottolineata dalla scritta sulla copertina di una edizione DVD del film:"Almost starring: Bela Lugosi"!
 
In generale, tutto il montaggio del film sembra fatto dal barone von Frankenstein, nel senso che sono cucite insieme ogni sorta di riprese, poco importa se una non c'entra niente con l'altra. Il cimitero, a seconda delle inquadrature, si trasforma da prato assolato a gruppo di lapidi avvolte dalla nebbia e dall'oscurità. E che dire di quel generale che, con una parete alle spalle, finge di essere sul campo a dare ordini alle sue truppe? Peccato che le truppe impegnate in un'azione militare provengano da un filmato di repertorio.

Vampira
Una volta c'era un gioco televisivo a tema cinematografico. Si chiamava "Producer" ed era condotto da Serena Dandini. I concorrenti dovevano creare dei corti utilizzando spezzoni tratti da film famosi. Ecco, credo che Wood si sarebbe trovato molto a suo agio in quella trasmissione, avrebbe avuto buone possibilità di vittoria. L'uomo aveva una certa inventiva e una predisposizione al riciclaggio, bisogna riconoscerlo.

Inutile dire che la trama del film è un po' bislacca (un po' tanto, ok) ma c'è di peggio: ci sono film con trame peggiori e che magari pretendono di essere chissà che filmoni. Se non altro, questa pellicola ha il merito di collocarsi nel filone, meno comune, che racconta di come il genere umano ci pensa benissimo da solo a fare puttanate, senza dar la colpa ai soliti alieni brutti, cattivi e invasori.

Secondo me, però, il problema principale di questo film è che è PALLOSO. Ecco, l'ho detto. Non me ne vogliano i fan di Wood, casomai dovessero essere in lettura, ma ottanta minuti di film mi sono sembrati lunghi il doppio.

venerdì 5 maggio 2017

I tre pensionanti

Quando fuori piove, non è forse bello starsene accoccolati sul divano come gatti, cullati dal suono della pioggia, guardando un bel film thriller? Approfittando di queste intime giornate piovose ho guardato non uno, non due, ma ben tre film thriller, tutti tratti dallo stesso romanzo: "The Lodger", scritto da una certa Marie Belloc Lowndes.

The lodger
Locandina in stile futurista
Il primo film, con titolo italiano "Il pensionante", è del 1927 ed è nientemeno che uno dei primissimi film di Alfred Hitchcock.

La storia si svolge nella Londra di fine '800, dove c'è un certo allarme a causa di un misterioso serial killer che, ogni martedì, uccide una ragazza dai capelli chiari e lascia sul cadavere un biglietto firmato "Il vendicatore" (non verrà mai spiegato di cosa si deve vendicare questo crudele vendicatore).

I protagonisti principali della pellicola sono i membri di una famiglia composta da padre, madre e figlia dai capelli biondi. Lei è più o meno fidanzata con un poliziotto dagli inquietanti occhi chiari, che sembra più interessato a fare il cascamorto con lei che non a indagare sul killer.

Una sera, il padre entra in casa tutto eccitato perché il giornale dice che un testimone ha visto il Vendicatore: pare sia un uomo con una sciarpa che gli copre la parte inferiore del viso. Vabbè, non certo la miglior descrizione per un identikit comunque meglio di niente.

Improvvisamente, qualcuno bussa alla porta. La madre, che ha i capelli come la parrucca di Anthony Perkins in "Psycho", va ad aprire. Dalla nebbia emerge una figura: un uomo con cappello e mantello e la faccia mezza coperta da una sciarpa!

La madre è un po' sconvolta perché, oltre che per la sciarpa, l'uomo non si presenta con l'aspetto più rassicurante del mondo. Sembra un vampiro e anche le sue movenze fanno pensare più al conte Dracula che striscia sui muri che non a un normale uomo che vuole una stanza in affitto. Comunque, siccome i soldi non puzzano, neanche quando hanno una sciarpa sospetta, la padrona di casa è ben felice di dare una stanza all'uomo misterioso.

Pensionante alla finestra
La prima cosa che egli fa appena mette piede nella stanza è quella di girare i quadri raffiguranti donne più o meno discinte. La padrona di casa è un po' basita, invece il fidanzato/poliziotto è tutto contento perchè ipotizza che l'uomo misterioso sia più attratto dagli uomini che dalle donne.

Ben presto, però, il poliziotto si dovrà ricredere perché il nuovo pensionante non solo non è gay, ma è anche molto interessato alla sua fidanzata e il peggio è che lei sembra ricambiare. La ragazza preferisce il tenebroso e in qualche modo fascinoso pensionante piuttosto che il poliziotto che passa il tempo a fare lo spaccone e a fare scherzi stupidi con le manette.

Ecco che strane cose accadono. Il martedì notte, la padrona di casa sente che il pensionante sta uscendo furtivamente dalla sua stanza per ritornare dopo mezz'ora in maniera altrettanto furtiva. Il giorno dopo, il marito di lei legge sul giornale che il killer ha colpito ancora e proprio vicino a casa loro! I due iniziano a nutrire un tremendo sospetto: che il misterioso pensionante sia proprio il killer!

lunedì 24 aprile 2017

Do not disturb (1999)
Narrazione irriverente

Do not disturbL'altra sera ho beccato in tv questo film che nel riassunto della trama veniva definito come thriller hitchcockiano. Bello - mi son detta - guardiamo un po' questo film ispirato al maestro del brivido!

L'attore di spicco è William Hurt che interpreta un tizio che lavora per una casa farmaceutica e che all'inizio del film sta volando verso Amsterdam per un incontro di lavoro. Con lui ci sono la moglie e la figlia di 10 anni; quest'ultima è muta a seguito di un non ben specificato incidente. La ragazzina è vestita con una salopette da aiuto-tuttofare e pare divertirsi a inventare storie catastrofiche, tipo che l'aereo sta andando in fiamme, per la gioia di quei passeggeri che hanno paura di volare.

Arrivati all'aeroporto e dopo aver passato la dogana (a stento, visto che Hurt si comporta come uno spacciatore psicotico), viene a prenderli, per portarli in albergo, un tizio che lavora nella filiale olandese della casa farmaceutica. Il tizio ha una giacca rossa. Praticamente la stessa giacca che aveva Fiorello quando conduceva il karaoke, solo che quella di Fiorello era meno sgargiante.

L'allegro quartetto giunge all'hotel de l'Europe e vede che l'edificio è preso d'assalto da un'orda di ragazzine che sperano di incontrare il loro idolo canoro che alloggia proprio in quell'albergo. Facendosi largo tra la folla, i quattro raggiungono la reception per scoprire non solo che c'è un casino con la camera, ma anche che l'incontro di lavoro, che doveva essere la mattina seguente, è stato anticipato alla sera stessa.

La ragazzina decide che deve andare assolutamente in bagno proprio in quel momento e non può tenerla un secondo di più. Mr. Giacca Rossa si offre di accompagnarla e mentre lui aspetta fuori dalla toilette, parte una musica di suspense, quel genere di musica che si sente nei momenti di tensione, quando sta per accadere qualcosa. Cosa accade? Niente, accade che lei ci sta mettendo una vita e lui ha finito le sigarette.

Giacca Rossa non ce la fa stare senza sigarette e va a comprarne un pacchetto. Naturalmente, la ragazzina esce dal cesso proprio mentre lui è via. In fondo al corridoio lei vede, di spalle, un uomo in giacca rossa. Cerca di avvicinarsi a lui, ma l'uomo le sfugge. Lei lo insegue ma, essendo muta, non riesce ad attirare la sua attenzione. Percorrono corridoi, stanze, scale, sgabuzzini ecc. fino a giungere nelle cucine dove lei finalmente si accorge che l'uomo non è Mr. Giacca Rossa. Incredibile: nello stesso albergo ci sono due persone con una giacca dal colore così bizzarro e non sono nemmeno due fattorini! Evidentemente agli olandesi piace vestire frizzantino. Oppure il colore della giacca era un espediente narrativo da quattro soldi.

Fatto sta che la ragazzina, dopo tutto quel girare, si è persa e non riesce più a trovare la strada per la hall, ma invece di chiedere informazioni usando la lavagnetta che porta al collo, decide di uscire nelle terrazze deserte dell'hotel. Terrazze le cui porte si aprono ovviamente solo dall'interno per cui lei rimane chiusa fuori ad aggirarsi al freddo tra tavolini e ombrelloni chiusi.

Gira che ti gira, arriva in un punto che potrebbe essere il retro dell'albergo e vede due uomini che litigano. Sta per palesarsi ma cambia idea quando vede arrivare un terzo uomo, armato di pistola, che si rivelerà uno dei killer più inetti della storia del cinema.

In pratica, uno dei due litiganti, tale Hartman, è nientemeno che il tizio con cui Hurt ha l'appuntamento di lavoro. Questo Hartman vorrebbe vendere a Hurt un certo farmaco senza rivelargli che il farmaco ha degli strani effetti collaterali. Più che strani, diciamo letali. L'altro litigante è l'avvocato di Hartman che non vuole rendersi complice di questa vendita truffaldina.

Menomale che almeno le giacche
rosse non erano così lunghe

Il killer è un tizio ingaggiato da Hartman al solo scopo intimidatorio ma, siccome è imbranato, gli parte per sbaglio un colpo di pistola che ferisce gravemente l'avvocato. Il killer si giustifica dicendo che la pistola è nuova e ha sparato da sola. (Sì, vabbè, è una pistola posseduta). Un minuto dopo, però, quando questo sedicente killer ha davvero intenzione di sparare, la pistola non spara. Per uccidere l'avvocato ferito prova allora a usare un coltello ma...gli cade la lama! Giuro. Tra pistole che sparano a random e lame attaccate con la colla, vien da chiedersi dove il killer si sia procurato una tale attrezzatura da lavoro. E ancora si offende quando Hartman gli dà dell'asshole.

Insomma, l'assurda scena finisce con l'avvocato ucciso, Hartman che entra nell'albergo per andare all'appuntamento e il killer che insegue la ragazzina, dopo che si è accorto della sua presenza. Inseguita dal killer, la ragazzina ci mette circa 2 secondi per riuscire a raggiungere l'ingresso esterno dell'albergo, cosa che non era riuscita a fare prima, nonostante avesse vagato per mezz'ora.

Fatto sta che però la ragazzina non riesce a entrare nell'albergo perché viene allontanata dai portieri che la scambiano per una fan in delirio. Scappa che ti scappa, riesce fortunatamente a nascondersi in una barca ormeggiata in un canale, perché non dimentichiamoci che siamo ad Amsterdam, la Venezia del nord.

Il killer non la vede e se ne va. È già lontano, è fuori scena, è praticamente in Belgio, eppure riesce a sentire il proprietario della barca su cui si è rifugiata la ragazzina mentre le intima di scendere dalla barca. Il killer torna indietro, spara un colpo e naturalmente gli si inceppa la pistola cosicché la ragazzina e il barcarolo riescono a fuggire. 'Sta pistola è proprio strana, mi fa venire in mente la mia prima macchina fotografica che dopo il primo flash bisognava aspettare qualche minuto per poterlo riusare. Che sia una pistola che va a batterie?

sabato 15 aprile 2017

Mr Bean - L'ultima catastrofe

Mr Bean
Locandina con una simpatica
gag degna di Bean
L'asociale e bizzarro Mr. Bean è incredibilmente riuscito ad avere un impiego come guardiano alla National Gallery di Londra. Tuttavia, alcuni dei suoi superiori non sono soddisfatti del suo operato ma, non potendo licenziarlo, alla prima occasione si liberano di lui spedendolo in America.

Ma a fare cosa, in America?

Ebbene, a Los Angeles un filantropo ha acquistato il famoso dipinto soprannominato "La madre di Whistler" che arriverà dall'Europa e sarà esposto stabilmente in una certa galleria d'arte.

Per festeggiare l'arrivo del quadro, quelli della galleria vogliono fare le cose in grande e decidono di chiamare un esperto d'arte europeo che faccia un bel discorso e celebri degnamente l'importanza dell'evento. I galleristi scrivono quindi alla National Gallery chiedendo di mandare un esperto e naturalmente chi mandano gli inglesi spacciandolo per esperto? Mr. Bean, ovvio.

Non appena mette piede in America, Mr. Bean inizia subito a fare casini. Prima sconvolge la polizia dell'aeroporto, poi getta nello scompiglio la famiglia presso cui va ad alloggiare e che sarebbe la famiglia del gallerista che aveva tanto insistito a far venire un esperto dall'Europa. Anzichè far venire Bon Jovi, come aveva proposto qualcuno.

Il peggio, però, deve ancora arrivare. A Mr. Bean basta essere lasciato da solo per due minuti con il prezioso quadro di Whistler per riuscire a danneggiarlo in maniera irreparabile nonché ridicola. Come potrà Mr. Bean rimediare ai suoi catastrofici disastri?

James Whistler in un ritratto giovanile.
Mi ricorda un po' Max Gazzè
Sono passati 20 anni da quando questo film è uscito nelle sale. All'epoca Mr. Bean aveva un successo planetario per via dei suoi (non troppo numerosi) sketch televisivi le cui repliche anche da noi sono durate per anni.

Ovviamente Bean non piaceva a tutti. Una volta, una persona mi disse che non le piaceva Mr. Bean perché non le piaceva l'umorismo inglese. Come motivazione mi sembra un po' bizzarra. Non vorrei sbagliare, ma credo che l'umorismo inglese sia in grandissima misura di tipo verbale, basato sull'autoironia, il sarcasmo, la freddura.

Mr. Bean, invece, è praticamente muto. Lo si sente ogni tanto bofonchiare qualcosa, oppure rivolgersi al suo orso Teddy oppure dire "Bean" quando deve dire come si chiama. Non credo che il suo umorismo sia particolarmente inglese.

Bean ha un umorismo infantil-ingegnoso perché trova sempre un modo alternativo e assurdo per fare cose altrimenti normali. Le sue gesta mi ricordano quei marchingegni dove, alle ore 7, un cucù esce dalla sua casetta e fa cadere una palla che alza una forchetta che muove una leva che mette in moto un trenino che preme un pulsante che fa inclinare un ripiano in modo che da una brocca esca dell'acqua direttamente sulla faccia dell'inventore, per svegliarlo.

È un umorismo che può piacere anche agli infanti e non a caso hanno fatto anche il cartone di Mr. Bean.

Ad ogni modo, così come un film non deve essere per forza giudicato in base al libro da cui è stato tratto, valuterò questa pellicola indipendentemente dagli sketch televisivi.

Secondo me il film, oltre a essere molto divertente, è ben riuscito per i seguenti motivi:
1) La trama ha un suo senso e non è un collante per sketch slegati tra loro, come spesso succede nei film con artisti comici televisivi.
2) Bean non è il protagonista assoluto; i personaggi attorno a lui sono abbastanza ben delineati e in particolare il personaggio del gallerista che ospita Bean è molto divertente. È interpretato da Peter MacNicol che, fino a prima di vederlo in questo film, collegavo sempre all'inquietante Janosz di Ghostbusters 2. Lui e quei suoi dannati occhi a fanale! In questo film MacNicol è divertentissimo per le facce perplesse (per non dire esterrefatte) che fa quando assiste alle assurdità di Bean. Ed è anche assai esilarante nella scena della crisi di nervi dopo aver visto come Bean ha ridotto il quadro.

Ecco un'altro ritratto di Whistler.
Qui mi sembra Clive Owen coi baffoni.
È ufficiale: ho le allucinazioni
Inoltre, in questo film c'è anche un leggero sfotticchiamento alla tendenza, ormai non più solo americana, di trasformare ogni evento, anche culturale, in una occasione di marketing e di spettacolo "nazionalpopolare".

E intravedo uno sfottò anche nella reazione del pubblico americano al discorso assurdo di Mr. Bean - perché sì, alla fine lo farà per davvero il discorso.

Infine, è degno di nota il tema musicale con variazioni composto dal musicista inglese Howard Goodall. Veramente trascinante.

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Nella realtà, il vero dipinto di Whistler è permanentemente esposto in Francia ma attualmente si trova in mostra all'Art Institute of Chicago. Chissà se all'inaugurazione dell'esposizione hanno chiamato Bon Jovi, per star sicuri che non succedessero danni.

In questi giorni sto leggendo un giallo di Maigret e ho da poco scoperto che Rowan Atkinson sta girando una serie di film televisivi dove interpreta proprio il commissario francese. Devo dire che faccio un po' fatica a immaginare Atkinson in questo ruolo, ma non perché è un ruolo serio. Ho già visto "La famiglia omicidi" dove il personaggio di Atkinson non è particolarmente comico. Solo che tendo sempre a immaginare Maigret come il mitico e panciuto Gino Cervi! Sono curiosa quindi di vedere questi nuovi tv movie.

Auguri finali a Peter MacNicol, visto che il 10 aprile è stato il suo compleanno.


mercoledì 5 aprile 2017

Collateral

Collateral
Cala la notte su Los Angeles e un tassista si aggira per le strade in cerca di clienti.

La prima passeggera è una bella avvocatessa che vuole essere portata in ufficio. Appena sale in macchina, lei fa la ganza e dice al tassista quali strade deve fare per arrivare a destinazione. Lui, però, dice che prenderà le superstrade perchè sono più veloci.

Lei allora ribatte che la strada che vuole fare lui si ingorga nei pressi dell'università (evidentemente teme che gli studenti, vista l'ora, escano tutti assieme come pipistrelli da una grotta). Lui dice che a quell'ora la superstrada è libera mentre è la strada che vuole fare lei a essere intasata.

Lei insiste, fa obiezioni, teme di essere fregata, ma lui ha sempre la risposta pronta e alla fine lei si convince e acconsente alla superstrada (anche perchè lui le promette di non farle pagare la corsa, nel caso che gli studenti-pipistrelli abbiano invaso tutte le corsie).

Lei qua è già mezza innamorata. Quando poi lui le attacca una bella musichetta in sottofondo, le parla del suo desiderio di aprire un'attività di viaggi da sogno in limousine, le fa qualche battuta e infine le regala una cartolina con un'isola esotica sopra, beh, a questo punto lei è cotta come una pera e prima di scendere gli dà il suo biglietto da visita.

Ho fatto su Google Maps una ricostruzione approssimativa della strada che avrebbe voluto fare lei e di quella effettivamente fatta.

Percorso proposto da lei, senza mai andare su superstrade

Percorso su superstrade, passando vicino ai pipi-studenti

Non si capisce perché lei volesse andare così tanto a nord e non prendere almeno la superstrada orizzontale a nord dell'università; in ogni caso, la strada proposta da lui, anche se di qualche miglio più lunga, risulta la più rapida di tutte.

Dopo questa digressione stradale, si entra nel vivo della vicenda. L'avvocatessa se ne va e sale in taxi un tizio che sembra un uomo d'affari con tanto di valigetta 24 ore. Questo tizio propone al tassista di lavorare per lui tutta la notte perché ha bisogno di essere scarrozzato in diversi posti di Los Angeles.

Il tassista è un po' titubante, ma accetta perchè ha bisogno di soldi per avviare questa sua attività dei viaggi in limousine. Bene, i due partono e arrivano alla tappa numero uno. Il tassista aspetta in strada mentre il tizio entra in un edificio a fare gli affari suoi.

Il tassista se ne sta tranquillo in macchina a mangiare un panino e a rimirare il depliant della Mercedes che ha intenzione di comprare, quand'ecco che sul taxi gli piomba dall'alto il cadavere di un uomo! Dopo un paio di minuti esce il tizio e il tassista capisce subito che è lui il responsabile di quanto è successo. E inizia la lunga notte del nostro taxi-driver...

Il film è veramente fatto bene, con i ritmi giusti: ci sono i momenti di calma, ci sono i momenti di tensione, ci sono i momenti di azione e tutti questi momenti sono ben dosati.

L'uomo con la 24 ore è interpretato da Tom Cruise mentre il tassista da Jamie Foxx. Cruise ha i capelli sale/pepe, completo un po' anni '90, si muove in maniera leggermente robotica e sembra uno di quei personaggi che si vedono nei filmati di raccordo dei videogiochi di 15 anni fa, tipo Hitman o Mafia. Ha una recitazione renderizzata, se mi si passa l'espressione.

Ecco Tom in versione 16 bit
A proposito di videogames, parecchi anni fa ho avuto un periodo in cui mi sono dedicata appassionatamente a "Driver", gioco in cui bisognava guidare attraverso quattro città americane impersonando un poliziotto infiltrato nella malavita e svolgendo missioni del tipo: prelevare rapinatori di banca subito dopo il colpo e portarli nel loro covo, inseguire individui sospetti, consegnare macchine senza scassarle, fare acrobazie per spaventare passeggeri e convincerli a cantare ecc. Non sono mai riuscita a superare l'ultimo livello, era veramente impossibile.

Una della quattro città era proprio Los Angeles ed era l'unica città in cui le missioni erano tutte notturne. Questa cosa un po' mi scocciava perché la visibilità non era tanto buona, dovevo sempre aumentare la luminosità dello schermo.

Per motivi analoghi non vado pazza neanche per le scene notturne dei film. Spesso sono troppo scure e si vede poco e niente, oppure i personaggi sono illuminati con qualche luciaccia troppo forte. I colori, poi, sono inesistenti. Per non parlare delle scene notturne che facevano una volta: girate di giorno, in pieno sole, e poi scurite tramite filtri. Insomma, non è neanche tanto facile.

Per cui questo film, ambientato tutto di notte e con moltissime scene girate in macchina, aveva buone probabilità di essere visivamente banale e monotono. Invece, niente di tutto questo! Le immagini sono in gran parte girate con videocamera digitale e quindi più sensibile alla luce per cui, anche nelle scene in macchina, fuori dai finestrini non si vede una generica oscurità con qualche sprazzo di anonima luce. Si vede scorrere Los Angeles e le sue luci multicolori, le sue ciminiere fumanti, le sue palme che si stagliano nel cielo rossastro.

In questo post dicevo di come, in quel film, New York era quasi una protagonista. Similmente, in "Collateral" è Los Angeles a diventare una ambientazione reale e tangibile, non è solo un indefinito sfondo in cui si svolge la storia. Grattacieli, superstrade, bassifondi sono splendidamente fotografati e montati con un ritmo che permette di apprezzare ogni fotogramma. Riflessi, raggi di luce verdastri o aranciati, macchie di colore, bagliori tremolanti, fasci luminosi, penombre...Si vede che sono entusiasta?

Los Angeles è quasi tutta "piatta" tranne la downtown in cui ci sono un po' di grattacieli. Negli ultimi anni ci hanno preso la mano e i grattacieli spuntano fuori come funghi. Ecco come si presenta nel film la downtown vista dalla Harbor Freeway:

Downtown nel 2004 circa

Ed ecco la street view di Google dello stesso punto circa (da un po' più indietro per far vedere meglio il panorama), 3 anni dopo:

Downtown nel 2007

Ed ecco come si presenta ora:

Downtown 2017
Quasi irriconoscibile. Preferivo com'era prima.

Bene, era un pezzo che non parlavo bene di un film e finalmente ne consiglio uno: guardatelo! D'altronde il regista è Michael Mann, mica il primo che passa.

Un ultimo cenno sulla locandina. Sono un po' perplessa per il fatto che di Jamie Foxx non ci sia traccia, credo sia lui il protagonista principale ma è anche vero che all'epoca Cruise era senz'altro più famoso (e probabilmente lo è ancora). Comunque Foxx si sarà certamente consolato perché nello stesso anno ha ricevuto la nomination all'Oscar come attore non protagonista proprio per questo film e ha vinto la statuetta come attore protagonista in "Ray".

Alla prossima!

giovedì 30 marzo 2017

Gli invisibili

Gli invisibiliNel film di cui parlo oggi, Richard Gere interpreta un senzatetto. All'inizio egli occupa abusivamente un appartamento sfitto; dopo che ne viene buttato fuori, passa qualche giorno per le strade e in seguito va in un centro accoglienza.

La visione di questo film mi ha reso perplessa. Se si vuole parlare dei senzatetto e sensibilizzare gli spettatori, credo che bisognerebbe essere un tantino più espliciti e crudi rispetto a quello che si vede in questa pellicola.

Il personaggio di Gere è trasandato ma non troppo; certo, lui non dorme nei cartoni e si presume che, prima di esserne buttato fuori, si lavasse nell'appartamento. Ma non ha comunque né lavoro né soldi e quindi: chi gli taglia i capelli? Come si procura da mangiare? La cosa rimane vaga. Solo al minuto 95 lo si vede per la prima e unica volta sgarfare in un bidone in cerca di cibo mentre al minuto 100 lo si vede elemosinare senza successo.

Più che un senzatetto a me sembra uno che è rimasto chiuso fuori di casa e deve aspettare qualche giorno che gli vengano ad aprire. Non si percepisce veramente il freddo, la stanchezza, la fame, la sporcizia, la solitudine.

OK, non per forza la sofferenza deve essere plateale e diciamo che questo personaggio non è il clochard che vive e dorme in stazione per cui ci si vuole concentrare, piú che sull'aspetto fisico/pratico, sul disagio psichico di chi si trova ad aver perso tutto, forse anche la dignità.

Sinceramente, nemmeno la rappresentazione di questo aspetto mi è sembrata tanto convincente. Gere è uno che parla poco e interagisce poco. La sua storia passata è appena accennata, anche se si capisce che sono parecchi anni che vive allo sbando. Il fatto è che lui sembra una persona triste e depressa ma non diversamente da come potrebbe esserlo uno che ha appena perso il lavoro o la cui moglie se ne è appena andata o che, come effettivamente accade nel film, non riesce a riallacciare il rapporto con la figlia.

Secondo me non è tanto la figura di Gere a essere interessante in questo film, quanto piuttosto altri tre personaggi che hanno una breve parte.

Uno è un ragazzo che sta nel centro accoglienza e dice di avere un lavoro:"Solo perché dormo in questo fottuto letto non significa che sono come quella fottuta feccia spregevole che chiede l'elemosina per le strade". Questa potrebbe essere una menzogna, molti senzatetto mentono a quanto pare. Anche Gere non ammette, quasi nemmeno con se stesso, di essere un senzatetto. Comunque, menzogna o no, ci sono davvero molte persone che vivono nei ricoveri nonostante abbiano un lavoro. Ecco, questa cosa forse avrebbe meritato un po' di approfondimento.

Poi c'è una donna che gira con un carrello della spesa dove tiene le sue cose e si arrangia in vari modi tra cui, se non ho capito male, la vendita di lattine usate. Ha un passato di abusi familiari e ha deciso di non voler più stare nei ricoveri perchè anche lì era vittima di violenze. In questa donna si vede la sofferenza di una vita allo sbando e la mancanza di speranza: una vita così, difficilmente migliora. Eppure c'è in lei quella tenacia che le consente la sopravvivenza. Questa donna, nonostante tutto, si aggrappa alla vita.

venerdì 24 marzo 2017

Questione di pelame

Leggo che per il nuovo film "Kong: Skull Island" il reparto di animazione ha lavorato per un anno sui 19 milioni di peli del gorillone. Non ho visto il film, ma mi chiedo se anche chi ha scritto la sceneggiatura ci abbia lavorato per almeno un anno.

Per "Ribelle - The Brave" fu sviluppato un software per la gestione dei 1500 capelli della protagonista ma questo è un numero infimo se paragonato a quello dei capelli di Elsa di "Frozen": ben 400.000, e per i quali è stato creato un ulteriore software apposito, ovviamente. Anna, la sorella di Elsa è più sfigata perchè a fluttuare ad ogni movimento della sua testa sono solo 140.000 capelli. A quanto pare, le protagoniste dei film di animazione hanno delle chiome più movimentate di quelle della Medusa, contrariamente alle attrici in carne e ossa che hanno i capelli così fissati che non gli si sposta una ciocca neanche se vanno nel tunnel del vento.

Forse lui è stato facile da animare
In "Monsters & Co." Sulley, il gigantesco protagonista azzurro, aveva oltre 2,3 milioni di peli individualmente animati e ci volevano dalle 11 alle 12 ore per realizzare ciascun fotogramma in cui il suddetto protagonista appariva. Il film è bellissimo, veramente bellissimo, ma lo sarebbe stato anche se Sulley avesse avuto un milione di peli di meno, per dire. Non è che un protagonista debba per forza sembrare un testimonial di shampoo & balsamo.

In "Zootopia" il numero di peli per ciascun animale varia dai 420.000 ai 9 milioni, con un effetto "foffoso" che i gatti che transitano quotidianamente nel mio giardino possono solo sognarsi. Forse se passassero i pomeriggi al salone di toelettatura potrebbero ambire ad avere cotali pelliccie cinematografiche.

A parte che non capisco perchè tanto iperrealismo nei capelli/peli/pellicce quando poi si fanno personaggi con un aspetto così irreale che io definirei oltre la caricatura:


Anche nei personaggi femminili "normali" c'è la tendenza a esagerare i tratti: le teste e gli occhi sono spesso molto più grandi del consueto. Il personaggio a sinistra è un po' anomalo perchè ha il naso grande, mentre di solito le donne hanno dei nasi molto, troppo, piccoli. La donna a sinistra, invece, ha un naso gigante e in compenso ha fronte e mento inesistenti.


Insomma, cari animatori, ho capito che sapete animare anche 80 milioni di peli però adesso basta. Cos'è, avete intenzione di metterci anche 80 milioni di pulci animate, su quei peli? E magari anche animare la pelliccia delle pulci? Mi vengono le vertigini...come quando si mette specchio contro specchio e si ha la sensazione di star per cadere in un vortice di infiniti mondi.

Perchè invece, cari animatori, non vi dedicate a differenziare un po' di più la mimica, la gestualità, le espressioni? Tante volte mi sembra di vedere sullo schermo sempre lo stesso personaggio, diverso sì nell'aspetto, ma con gli stessi movimenti, lo stesso modo di camminare, di muovere la bocca, con gli stessi gesti enfatici. Come quando si vede Julia Roberts o George Clooney o Jennifer Aniston che di film in film paiono recitare sempre la stessa parte. Mi piacciono questi tre che ho citato, ma diciamo che, quanto a recitazione, Daniel Day Lewis sta da tutt'altra parte.

Insomma, credo si sia arrivati a un punto in cui non ha nemmeno più tanto senso dire che un film ha dei bei effetti speciali. Lo si poteva dire 20 anni fa ma oggi, con i software che ci sono a disposizione, è quasi impossibile fare una ciofeca. Se vengon fuori schifezze non è certo per i mezzi tecnici non adeguati.

C'è una lieve brezza...vado in giardino a controllare se la peluria delle formiche si agita al vento...

venerdì 17 marzo 2017

Einstein and Eddington

Anni fa ho visto un documentario molto ben fatto su Einstein dove, in maniera avvincente, venivano raccontati vari aspetti della sua vita.

Si parlava del suo turbolento matrimonio con una studentessa di fisica la quale deve aver sofferto non poco per aver dovuto abbandonare gli studi; anche il fatto che Albert avesse una relazione con un'altra donna non ha certo aiutato. Dopo 16 anni, il matrimonio è finito in divorzio e Albert si è sposato con l'altra donna.

Si parlava poi diffusamente del periodo storico in cui Einstein ha iniziato la sua carriera, periodo fortemente segnato dalla prima guerra mondiale. Einstein era un convinto pacifista ed era uno dei pochi scienziati a non aver aderito alla causa bellica. Non riusciva a capacitarsi di come diversi suoi amici e colleghi potessero mettere tanto zelo nell'escogitare nuovi e sempre più potenti modi per distruggere vite. Il suo amico chimico Friz Haber era particolarmente invasato ed era riuscito a convincere l'esercito a utilizzare i gas tossici di sua ideazione. Se guardate una foto di Haber, ditemi se non vi viene in mente il Dr. Cyclops.

Il pezzo forte del documentario era però l'aspetto scientifico. Quando Einstein ha iniziato i suoi studi, il mondo della fisica era in crisi: le teorie di Galileo, formalizzate poi da Newton, per tre secoli erano rimaste praticamente inattacabili.

Galileo usava il volgare
anche per scopi divulgativi
Galileo sosteneva che le leggi della meccanica, cioè relative al movimento dei corpi, sono le stesse in qualsiasi sistema di riferimento inerziale. Dicesi "sistema di riferimento inerziale" un qualsiasi sistema dove vale il Primo Principio della Dinamica: un corpo o sta fermo o si muove con moto rettilineo uniforme, a meno che una forza non agisca sul corpo in questione. Il sistema di riferimento stesso può essere fermo oppure può muoversi in modo rettilineo uniforme.

Esempi: la stanza in cui sto ora scrivendo sta ferma, quindi è un sistema di riferimento inerziale. Esco di casa e la strada, che è dritta e non ha pendenze, è un altro sistema di riferimento inerziale. Anche un treno in corsa, o una nave che solca i flutti, o un'astronave che viaggia nello spazio sono sistemi di riferimento inerziali, purchè non cambino di velocità, né curvino, né sobbalzino, insomma ci siamo capiti.

Galileo inoltre ha detto che non c'è un sistema inerziale privilegiato. Se sono spaparanzata in spiaggia sotto il sole tropicale e vedo una nave che passa, posso giustamente pensare che io sto ferma e che la nave si sta muovendo. Ma anche quelli che sono spaparanzati a prendere il sole sul ponte della nave possono, altrettanto giustamente, pensare di essere fermi, mentre io, la spiaggia e il resto del mondo ci stiamo muovendo. Questa è la relatività galileiana.

Ora immagino sempre di essere distesa su questa ipotetica spiaggia e qualcuno in vena di scherzi mi tira una noce di cocco su un piede. Io starnazzo:"Ma porc* pu**ana! La noce è atterrata sul mio piede alla velocità di 10km/h! Vaff**nc**o!" (Anche io uso il volgare, forse non proprio come Galileo...)

Ecco che però, osservando il ponte della nave dalla spiaggia con una potente apparecchiatura stile James Bond, vedo che anche un'altra signora, mollemente adagiata su una sdraio, è vittima di uno scherzo del genere. Un gentile bambino le ha lanciato una noce sull'elegante piede e io riesco perfino a misurare la velocità con cui la noce atterra: ben 30km/h!!

Penso che la signora si è fatta senz'altro più male di me, invece la sento gridare esattamente le stesse identiche parole che ho gridato io. Dopo un momento di stupore, mi rendo conto che la differenza tra la mia misurazione e quella della signora sta nel fatto che io e lei siamo in due sistemi inerziali diversi che si muovono a velocità diverse, quindi nel mio sistema di riferimento, alla velocità della noce viene sommata anche la velocità della nave; nel suo sistema questa somma non avviene perché per lei la nave è ferma.

Quindi, le leggi sono sempre le stesse e valgono in tutti i sistemi inerziali però quando si fanno le misurazioni di spazi e velocità, bisogna tenere conto di dove si trova l'osservatore che fa queste misurazioni. Galileo ha scritto anche delle trasformazioni apposite, per passare da un sistema di riferimento a un altro.

Insomma, per quasi tre secoli tutto questo è andato bene fino a che...qualcuno ha visto la luce. O meglio, qualcuno si è accorto che la luce ha sempre la stessa velocità, indipendentemente dalla velocità del sistema di riferimento in cui la si misura! Colpo di scena, la teoria crolla.

Anche Joliet Jake ha visto la luce
In particolare, a mettere in crisi il sistema galileiano erano gli studi del fisico Maxwell che aveva capito che la luce era un'onda elettromagnetica, capace di propagarsi nel vuoto. E Maxwell aveva fatto tutto un sistema di equazioni per descrivere le onde e i campi elettromagnetici, ma tutto questo cozzava con le vecchie teorie.

Che fare? I fisici erano in crisi. Non sapevano se buttare le teorie di Maxwell o quelle di Galileo.
Maxwell o Galileo? Galileo o Maxwell?

E similmente a quell'acqua effervescente che si proponeva come il giusto mezzo tra il liscio e il gassato, entra in scena Einstein: la terza via, l'anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo.

Einstein dice che nei sistemi inerziali tutte le leggi sono le stesse, non solo quelle della meccanica ma anche quelle dell'ottica e dell'elettromagnetismo. Ma a una condizione: bisogna abbandonare il concetto di tempo assoluto così come lo conosciamo.

Quindi non solo lo spazio è relativo al sistema di riferimento in cui si fa la misurazione, anche il tempo lo è. E già che c'è, Einstein fonde lo spazio e il tempo in un unico concetto che molto originalmente viene chiamato spaziotempo. Al limite, se proprio si vuole usare un termine più originale, lo si può chiamare cronotopo.

Cosa vuol dire che il tempo non è assoluto? Vuol dire che un secondo dura diversamente per due osservatori che si trovano in sistemi inerziali diversi. Ad esempio: se un omino si trova in una astronave che va molto, molto veloce e spara un raggio luminoso su uno specchio posizionato sul soffitto, questo omino vedrà il raggio salire verticalmente e scendere verticalmente.

Immaginiamo ora che l'astronave passi vicino a un pianeta dove si trova un altro omino. Quello dentro l'astronave spara il raggio e quello sul pianeta osserva la scena. Ebbene, l'omino sul pianeta vedrà il raggio luminoso salire obliquamente (non più verticalmente) e scendere obliquamente. Secondo l'osservatore sul pianeta, il raggio luminoso fa un tragitto più lungo rispetto a quello che vede l'osservatore sull'astronave. Quindi se in entrambi i casi la velocità della luce è costante ma gli spazi percorsi sono diversi, è evidente che l'unico altro parametro che può cambiare è il tempo. Incredibile ma vero: il tempo scorre più lentamente per l'omino che viaggia molto velocemente sulla sua astronave.

Questo è un concetto decisamente rivoluzionario ed è anche difficile riuscire a visualizzarlo ma funziona proprio così: più veloce si va e più il tempo rallenta. E dirò di più: ad altissime velocità le lunghezze si accorciano. Veramente oltre ogni ipotesi fantascientifica: eppure è così.

Quindi per passare da un sistema inerziale a un altro si usano non più le trasformazioni galileiane, si usano bensì quello del fisico Lorentz, ma in definitiva, a basse velocità, le due trasformazioni praticamente si equivalgono.

E questa è in pratica la teoria della relatività ristretta, ristretta perchè si riferisce soltanto ai sistemi inerziali. Einstein non è però soddisfatto, lui punta a qualcosa di più generico. I sistemi inerziali, alla fin fine, sono qualcosa di praticamente virtuale. Cosa si muove di moto rettilineo uniforme? Quasi niente, la Terra men che meno e così anche i pianeti e i vari corpi celesti.

A questo punto, ecco che un altro grande fisico sta per ricevere una tremenda stoccata. Proprio lui, sir Isaac Newton, con la sua teoria gravitazionale. Newton asseriva che due corpi qualsiasi si attraessero tra loro ma non riusciva a capire bene cosa fosse questa forza di attrazione. Newton era addirittura imbarazzato per il fatto di non riuscire a spiegare la cosa.

sabato 4 marzo 2017

Metodi didattici a confronto:
Coach Carter vs Whiplash

Nel post di oggi, prenderò in esame due film di ambientazione scolastica (quelli del titolo) e metterò a confronto le figure dei due docenti protagonisti. Questi docenti hanno in comune non solo la pelata, ma anche i metodi severi e inflessibili. Chi uscirà vincitore dal confronto? Staremo a vedere.

carter vs whiplash

Quando ho letto la trama di "Coach Carter", prima di vederlo, ho pensato che il film si inserisse bene in quel filone cinematografico in cui i protagonisti sono dei malcapitati insegnanti che si ritrovano alle prese con scolaresche problematiche, svogliate, disadattate, indifferenti. Spesso questi film iniziano con i professori che non vengono degnati di uno sguardo dagli alunni e finiscono con gli stessi professori portati in trionfo dagli allievi, diventati nel frattempo studiosissimi. Questi film sono sì gradevoli ma contengono il più delle volte un alto tasso di retorica.

Inoltre, Coach Carter veniva spesso trasmesso su una rete per famiglie e questo fatto, unito alla retorica di cui sopra, mi faceva venire ancor meno voglia di vederlo. Se la retorica normale è da prendere col contagocce, quella di tipo adolescenziale è da assumersi a dosi omeopatiche.

Poi però, mi sono accorta che il protagonista era nientemeno che Samuel Jackson e allora, vinti tutti gli indugi, ho deciso di dare una chance al film e di avventurarmi nella visione. Se c'è Samuel Jackson - mi sono detta - il film non può essere troppo banale.

Samuel Jackson interpreta il coach Carter che, come si può forse intuire, non è veramente un professore. È bensì un allenatore di basket e viene incaricato di occuparsi della squadra di pallacanestro di una scuola situata in un quartiere malfamato dove l'attività principale è lo spaccio e la seconda attività principale è la rissa con coltello.

Come previsto, i ragazzi non sono né disciplinati né studiosi ma almeno hanno voglia di giocare a basket. Il coach però mette subito in chiaro le regole da rispettare per poter far parte della sua squadra. Innanzitutto bisogna smetterla di parlare come scaricatori di porto. Inoltre bisogna vestirsi decentemente e arrivare puntuali. Dulcis in fundo, bisogna frequentare tutte le lezioni (non solo quelle di basket) e avere una media superiore a un certo valore stabilito dal coach. Si noti quindi che le regole, per la gran parte, non riguardano il basket.

Tutti dicono sì sì va bene, accettiamo le regole ma il coach non è mica fesso: fa firmare a tutti un bel contrattino così che quelli che firmano non abbiano poi da lamentarsi se vengono sbattuti fuori dalla squadra per non aver rispettato le condizioni del contratto.

Bene, iniziano gli allenamenti sotto la direzione esigente del coach che non esita a escludere dalla squadra chi non si comporta come da contratto, anche se è bravo a giocare. Inizia la stagione delle partite e la squadra va alla stra-grande, sempre prima in classifica.

Dopo qualche tempo, il coach decide di andare a verificare se i suoi allievi stanno rispettando il contratto. Naturalmente, diversi ragazzi non studiano, non hanno la media richiesta e addirittura c'è qualcuno che non va neanche a lezione.

Il coach si incacchia alla grande e si sente pure preso in giro. Come punizione, decide di interrompere gli allenamenti, di chiudere la palestra e di non far partecipare la squadra alle successive partite di campionato. Tutto tornerà alla normalità solo quando i ragazzi si saranno messi in pari con lo studio.

La sua decisione attira le ire di tutti: non solo quelle dei ragazzi ma anche quelle del preside, dei genitori, perfino di altri professori.
"Come osa lei", dicono i genitori, "non far giocare i nostri figli che sono tanto bravi?"
E il preside rincara:"Come osi tu far incavolare i genitori?"
Non so perchè, ma la situazione mi ricorda un po' quella della moderna italica scuola.

Insomma vien fuori un casino, il coach viene addirittura aggredito fisicamente e a scuola gli fanno persino una sorta di processo. Lui però è un figo, tiene duro e cerca di far capire a quei cialtroni che gli danno contro che innanzitutto bisogna insegnare ai ragazzi la disciplina e che il fatto di essere atleti non dà loro il diritto di fare tutto quel cavolo che vogliono, infrangendo le regole che avevano promesso di rispettare.

Inoltre, il coach fa un discorso molto pratico e cerca di spiegare che se i ragazzi avranno dei voti decenti alla fine della scuola potranno, anche grazie al basket, andare al college che è probabilmente l'unica opportunità che hanno per sfuggire a quel quartiere malfamato dove è altamente probabile che finiranno in prigione, se va bene. Se va male, ci lasceranno le penne.

Insomma il coach è un tipo deciso e coerente. O si fa come dice lui oppure, fanculo tutti, che si arrangino, lui se ne va. No anzi, il coach non dice proprio così, perchè aborre il turpiloquio per cui al massimo potrebbe dire:"Go to that country".

Ma ora passiamo al secondo film - "Whiplash" - vincitore di un milione di premi assortiti.

Stavolta la scuola non è in un quartiere malfamato ed è anzi una scuola prestigiosa. Un prestigioso conservatorio, per la precisione.

Il protagonista del film è un ragazzo che studia batteria. Una sera, mentre si sta esercitando solo soletto in una stanzetta, arriva un professore ad ascoltarlo. Il professore - tal Fletcher (e non è parente di Jessica) - lo invita a far parte della sua band, formata solo da studenti selezionatissimi.

Il ragazzo, tutto contento, inizia a partecipare alle prove con la band ma non tarda molto a sperimentare i metodi violenti di Fletcher. Questo sedicente professore non esita a gridare e a insultare, picchiare, umiliare i suoi studenti.

Non solo, tiene gli allievi constantemente sulla corda cambiandoli continuamente di ruolo: da principale a riserva e viceversa, fomentando una malsana competizione tra alunni.

Il ragazzo ha un carattere molto forte e non si lascia abbattere e anzi, si getta anima e corpo nello studio. Molla la fidanzatina e si esercita come un pazzo fino a farsi sanguinare le mani.

Dopo vari casini che non sto a narrare, il ragazzo viene espulso dal conservatorio ma salta fuori che il professor Fletcher è stato probabilmente responsabile del suicidio di uno studente, tempo addietro. I genitori di questo studente morto vogliono far licenziare il professore e chiedono al ragazzo di collaborare con loro, come testimone anonimo.

sabato 25 febbraio 2017

Recensione lipogrammica estrema:
Good People

Good People
[Edit: Un ringraziamento al mitico Daniele che col suo occhio da falco ha individuato gli errori che avevo commesso nella prima versione del post]

Per filmetti privi di pretese come questo, ho deciso di divertirmi con recensioni insolite. In questo post, per essere precisi, non userò il primo simbolo di quell'elenco di elementi che tutti conoscono e con cui si scrivono i libri e si compongono i discorsi. Per essere un po' più espliciti, eviterò quindi quel simbolo che nel suddetto elenco precede "b".

Come dice il titolo del post, il film in questione è "Good people" del 2013.
Si svolge nell'effervescente metropoli con il British Museum e il London Eye. Un uomo e consorte sono un po' tristi per problemi economici e per motivi di prole che vorrebbero giungesse e che invece non giunge: essi vorrebbero divenire genitori però i figli per il momento non vengono.

Un giorno, nell'edificio in cui vivono, i due coniugi scoprono un morto e un borsone pieno zeppo di sterline. Decidono di tenere i soldi tenendo segreto l'episodio. Cioè, coinvolgono le forze dell'ordine però non dicono loro del borsone.

Siccome il morto è morto per overdose, un poliziotto decide di tenere d'occhio i coniugi intuendo che i due non dicono proprio tutto. Inoltre, il poliziotto è sicuro che c'è un nesso con un diverso decesso, sempre per overdose, che lo coinvolge in modo diretto.

Dopo un due, tre giorni, i coniugi decidono che è il momento di spendere, un po' per il mutuo, un po' per degli elettrodomestici. Ben presto però, un individuo chiede loro un incontro. Questo individuo è colui che ritiene di dover essere il "legittimo" possessore (certo, non proprio nel senso stretto del termine) dei soldi ed è un tizio molto pericoloso, un pezzo grosso del giro delle droghe. Questo tizio rivuole i suoi soldi però non è l'unico: ci sono ulteriori loschi figuri che sconvolgono le esistenze dei due sposini.

Film che scorre liscio, privo di guizzi o sorprese e pure privo di tensione. Gli interpreti non eccedono nell'esprimere emozioni e sentimenti. Questo non è un difetto; se però ci si mette pure il ritmo lento, l'effetto complessivo è quello di un episodio dell'ispettore Derrick, storico telefilm vecchio di tre decenni, con in più un leggero tocco di quel recente telefilm, sempre tedesco, che denominerò Pitone 11 (ho dovuto servirmi di un diverso serpente).

Tutti sono molto compìti, pure nei momenti di crisi. Uno dei delinquenti non si permette di emettere un suono nemmeno mentre gli vengono messi dei chiodi nei piedi! Forse, essendo inglesi, devono tutti tenere un certo contegno.

Il direttore delle riprese è un certo Henrik Ruben Genz, che vide le sue prime luci nel posto dove c'è un regno il cui erede è un principe di nome Federico. Forse è lui (Genz, non il principe Federico) il motivo dello stile nordeuropeo simil - teutonico del film.

Giudizio complessivo: filmetto privo di disonore e di lode, visibile con un secchio di popcorn e tre birre.


Un ultimo pensiero per il poster: sembrerebbe sul genere di quello di un film del 1997 con George Clooney e l'ex moglie di Tom Cruise, con i due interpreti che corrono in modo vigoroso verso un ipotetico pubblico.

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Sulle prime volevo chiudere qui il post, invece ho poi deciso di procedere. Recensire il film di nuovo, reinserendo il simbolo escluso e togliendone uno diverso. Sempre più difficile!

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Si va quindi avanti cambiando tinta: la trascurata "a" ritornaaaaaaa! Lo fa con gran giubilo unito a gioia! Ma un altro simbolo ha stabilito di far vacanza: sì, il simbolo dopo la "d". Sarà dura ma ci provo, dai.

Il titolo non sarà riscritto a causa di ovvi motivi, tra l'altro l'ho già scritto sopra. Hum...giusto, sa un po' di scusa unita a pigrizia. Posso sfangarla con una parafrasi italica fatta con un po' di fantasia? Il titolo lo trasformo in "Buoni individui". Dai, più di così! Il significato non cambia troppo.

Il titolo ha sì causato un piccolo fastidio, ma non così farà la città in cui si svolgono i fatti narrati dal film.

A Londra, una coppia con difficoltà di soldi sogna un figlio. Un giorno, la coppia trova in una stanza sotto il proprio alloggio, un uomo morto con una borsa colma di contanti. La coppia chiama la polizia ma occulta i soldi. I poliziotti non sanno nulla, quindi, sui quattrini nascosti.

Ma un poliziotto risulta più furbo di altri: ha subodorato qualcosa di losco. Infatti, il morto trovato dai coniugi ha raggiunto una miglior vita a causa di un quantitativo massiccio di droga. Un fatto così va approfondito. Il poliziotto ha un lutto privato causato dalla droga. Chi ha dato la droga a sua figlia, magari poi l'ha data al morto trovato dai coniugi.

I succitati coniugi, intanto, fanno acquisti di vario tipo convinti di passarla liscia, ma un boss malavitoso, pratico di spaccio di droga, si fa vivo con la coppia arrogandosi tutti i diritti sulla grana. Il boss turba la vita agli sposi ma non sarà l'unico: altri loschi individui irrompono in casa mirando ai quattrini.

Il film fila via in modo tranquillo, privo di guizzi o di fatti straordinari o singolari. Non ci sono passaggi al cardiopalma, insomma tutto un po' piatto ma lo si guarda, 'sto film. Il ritmo placido unito all'aplomb dimostrato dagli attori mi hanno ricordato il clima di alcuni gialli da TV, girati a Monaco intorno agli anni '70. In alcuni punti, ho avuto il dubbio di star guardando addirittura Cobra 11.

Tutti sono molto compìti, non si sbilanciano troppo. A un cattivo inchiodano gli archi plantari ma lui non fa manco un singulto, solo una smorfia di fastidio. Sarà mica una cosa tipica da popolo nordico: la ritrosia unita alla calma col rifiuto di ogni piazzata?

Il tocco nordico sarà magari dovuto a chi grida:"Ciak si gira!", i cui natali ha in Danimarca.

Giudizio riassuntivo: film privo di infamia, privo di doti singolari, da guardarsi sbracati sul divano con quattro bidoni di pop corn innaffiati da una birra.

Critica sulla locandina: assomiglia alla locandina di un film datato 1997 con la Kidman in coppia con il dottor Ross. Gli attori, in fuga da qualcosa, corrono addosso al pubblico.
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Mamma mia, ho sudato otto maglioni quando ho scritto i paragrafi soprastanti ma ormai porto avanti l'ardua prova autoimpostami.

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sabato 18 febbraio 2017

Come sposare un milionario

Questo film del 1953 narra la storia di tre ragazze che affittano un appartamento superlusso nel bel mezzo di Manhattan, al solo scopo di accalappiare dei milionari da sposare.

In questa pellicola c'è tutto il glamour hollywoodiano dei tempi d'oro.

C'è l'orchestra che, prima dei titoli di testa, suona per 5 minuti buoni.

Ci sono - non una - ma ben tre grandi dive.

C'è Lauren Bacall, all'epoca sposata con Humphrey Bogart di 25 anni più vecchio, che dice a un milionario: "Mi piacciono gli uomini più vecchi: Roosevelt, Churchill o come si chiama? Quello che recita nella Regina d'Africa" (Bogart, naturalmente)

C'è Betty Grable che si prende similmente in giro. Lei all'epoca era sposata con il trombettista Harry James e in una scena, sentendo suonare un musicista alla radio, si dichiara stra-sicura che quello è proprio Harry James...salvo poi venire smentita dal presentatore che annuncia un certo Ziggy Colombo (musicista, pare, inesistente).

C'è Marylin Monroe che fa la cecàta che non vuole mettersi gli occhiali perché sennò gli uomini non la guardano e allora va a sbattere dappertutto e legge libri all'incontrario.

C'è il grande e lussuoso negozio di abbigliamento dove le modelle ti fanno una sfilata solo per te (con abiti oribbili proprio).

Ci sono un sacco di battute e il ritmo è buono.

Però...io sta cosa la devo dire. Quando ho visto il film la prima volta anni fa, ho pensato che era divertente. Punto.

Quando l'ho rivisto qualche settimana fa, si è risvegliata in me la femminista che non sapevo di avere. Mi scoccia vedere queste donnette che come unico interesse hanno quello di fare la bella vita. Mi scoccia vedere la superficialità di queste protagoniste che, tra l'altro, vedono nel matrimonio con qualsiasi riccastro la soluzione per realizzare le loro pseudo-ambizioni.

Va bene, è un film commedia, ed è anche divertente. Le intenzioni sono probabilmente satiriche se non fosse che nella realtà ci sono davvero persone il cui unico interesse è quello di cambiarsi outfit ogni tre ore (e farsi anche 827 foto a ogni cambio). Persone che cercano il riccone per accasarsi e sistemarsi a vita.

Ecco, questo mi infastidisce: prendere delle protagoniste, secondo me non tanto simpatiche né interessanti, e avvolgerle nella patina stellata di Hollywood, che tutto fa brillare e tutto rende accettabile.

Leggo che Nicole Kidman avrebbe acquistato i diritti d'autore della sceneggiatura e si sta preparando a fare il remake del film. Cara Nicole, spero che tu alzi un po' il tiro, altrimenti è meglio se lasci tutto nel cassetto e ti dedichi ad altro.

mercoledì 15 febbraio 2017

Tomorrowland

Tomorrowland
Tomorrowland.
Sottotitolo: WTF? E chevvordì?

Ho deciso di guardare questo film dopo averne sentito parlare bene. Alla fine della visione mi sono accorta di non averci capito granché, quindi le possibilità sono due: o io sono totalmente fessa o il film è una fesseria totale.

Ho anche qualche difficoltà nel riassumere la trama, comunque ci provo. Probabilmente ci saranno spoiler ma non scenderò troppo nel dettaglio, non dirò il finale e cercherò di concentrarmi sulle cose assurde (a dire il vero, il film è tutto assurdo).

1964 - Alla fiera, non dell'est, bensì a quella di New York, arriva un bambino con un prototipo non proprio funzionante di jet-pack. Lo mostra a una sorta di commissario, interpretato da Hugh Laurie (Dr. House), ma viene liquidato nel giro di un minuto con un: "Torna quando lo avrai fatto funzionare" (vista la simpatia, forse è proprio il Dr. House).

Una Bambina, collegata in qualche modo al Dr. House, assiste alla scena e semisegretamente invita il bambino a seguirla e lo conduce in una città futuristica, la Tomorrowland del titolo. La classica città del futuro con grattacieli che arrivano alle stelle, macchine volanti, robottoni e gente che circola con jet-pack. Non che si veda granché, comunque. Da quello che si arguisce in seguito, Tomorrowland si trova in una dimensione parallela.

Giorni nostri - Una Ragazza vive con il fratellino e il padre ingegnere aerospaziale. Questa Ragazza ha l'abitudine di andare ogni notte a sabotare i macchinari che stanno smantellando la base in cui lavora il padre. La logica di questo comportamento non mi è molto chiara. La base viene smantellata perché evidentemente manca lavoro ma non è che se interrompi lo smantellamento il lavoro ritorna. Boh, forse la Ragazza ha una visione ottimistica e pensa che, finché la base sta lì, le speranze che il lavoro ritorni non sono del tutto perdute. Diciamo che segue il consiglio di quel signore anziano che in uno spot gridava che l'ottimismo è il profumo della vita. Vabbè, e intanto le marmotte continuano a incartare la cioccolata.

Torniamo alla storia. Ritorna in scena la Bambina degli anni '60, non è invecchiata perché è un androide. La Bambina, senza mostrarsi a nessuno, mette tra le cose della Ragazza una spilla. Quando la Ragazza trova e tocca la spilla, si ritrova per due minuti a Tomorrowland; in realtà non è che ci vada veramente, vive bensì una esperienza illusoria tridimensionale in cui le sembra di trovarsi a Tomorrowland.

Dopo due minuti, la "visione" si interrompe perché finisce la batteria della spilla. La Ragazza inizia a fare delle ricerche in rete e scopre che un negozio, in un'altra città, potrebbe essere in qualche modo correlato alla spilla. Va al negozio e i due gestori, invece di darle informazioni, iniziano prima a bombardarla di domande perché vogliono sapere chi le ha dato la spilla, poi siccome non riescono a scoprire niente, la bombardano in senso un po' più letterale, usando armi laser.

A salvare la situazione, arriva la Bambina, che non si capisce perché non poteva dare la spilla direttamente in mano alla Ragazza, senza fare tanti sotterfugi, o al limite sorvergliarne i movimenti e palesarsi a lei prima che questa andasse in un'altra città. Ci si sarebbe risparmiati almeno mezz'ora inutile di film.

Bambina e Ragazza fuggono via in macchina; scappano perchè sono inseguite da dei robot cattivi. Non chiedete perché. Non c'è una motivazione logica. Mentre fuggono, la Bambina spiega alla Ragazza di averla scelta, dandole la spilla, per via del suo essere speciale e diverse volte, nel corso del film, la battono su questo tasto senza mai davvero spiegare in cosa consista la specialità della Ragazza. Sì, è una che non si perde d'animo, una ragazza positiva, ma la faccenda è lasciata abbastanza nel vago.

La Bambina dice che porterà la Ragazza a casa di un'altra persona speciale e cioè il bambino degli anni '60 che nel frattempo è cresciuto ed è diventato George Clooney. Tutti e tre insieme salveranno il mondo, o salveranno Tomorrowland, o l'universo, chissà. Alla Bambina non piace dare spiegazioni. Alla Bambina non piace che le si facciano domande. Per cui sia noi che la Ragazza continuiamo a non capire cosa stia succedendo.

La Bambina scarica la Ragazza fuori dalla casa di George Clooney e se ne va. Ma dove cavolo vai??? Non si sa, forse va a farsi oliare le rotelle o a fare un upgrade o a grattarsi gli ingranaggi bevendo un cocktail di protoni in un bar sui bastioni di Orione. Fatto sta che se ne va, sto androide col QI di una lavatrice. Altri minuti inutili in cui la Ragazza cerca di parlare con George che non le vuole aprire la porta perché lui è stato bannato da Tomorrowland e non vuole più averci a che fare.

Barista di Orione
Nella casa di George ci sono un sacco di monitor e su uno di essi c'è un contatore che indica la probabilità che si verifichi la fine del mondo. Naturalmente il valore è 100%. Quando finalmente George e la Ragazza riescono a fare una conversazione, l'atteggiamento positivo e ottimista di lei fa sì che il contatore improvvisamente scenda a 99% e quindi lui capisce che lei è speciale.

Attenzione: sono già due minuti che non c'è una scena d'azione! Il regista e lo sceneggiatore temono che il pubblico si addormenti o peggio, che inizi a pensare. E quindi ecco che arrivano i robot cattivi a fare un po' di immotivata caciara. Non c'è bisogno che dica chi ha la meglio.

Ora, esultiamo insieme: Sua Altezza l'Infanta del Regno di Androidia ha deciso di concederci la grazia di ritornare in scena. L'allegro terzetto ha intenzione di andare a Tomorrowland e per far ciò deve prima teletrasportarsi sulla torre Eiffel sotto la cui base è nascosto un razzo che permetterà al trio di raggiungere la destinazione desiderata. Perché, udite udite, la dimensione parallela in cui sta Tomorrowland è stata scoperta nientemeno che da Tesla, Edison, Eiffel e Verne.

sabato 11 febbraio 2017

Titanic

Dopo 20 anni che questo film è uscito nelle sale e dopo che per 20 anni l'ho evitato, ora ho finalmente deciso di imbarcarmi nella titanica impresa di guardare 194 minuti di film.

  • Titanic: il film che ha vinto 11 oscar!
  • Titanic: il film che fino all'arrivo di Avatar è stato per anni quello che ha incassato di più!
  • Titanic: il film che, facendo un complicato calcolo a base di: inflazione del dollaro, analisi sociologica, analisi del prezzo dei biglietti del cinema dall'epoca dei Fratelli Lumiere a oggi e altri 107 parametri, si piazza al quarto posto nella lista dei film che hanno incassato di più in tutta la storia del cinema! Il calcolo è stato probabilmente fatto da Archimede Pitagorico, Hal 9000 e Pensiero Profondo (anche se quest'ultimo all'inizio aveva dato un altro numero).
  • Titanic: il film che ha lanciato l'allora baby-face DiCaprio nell'olimpo degli attori di Hollywood facendo impazzire le ragazzine di mezzo mondo!
  • Titanic: il film che ha stracciato le balle con la canzone "My Heart Will Go On", che perfino Kate Winslet ha detto che non ne poteva più di sentirla e che poi Celine Dion si è pure un po' incacchiata.

E quindi vediamo un po' cosa succede in questo filmone.
La storia inizia negli anni '90, allorché un figo cercatore di tesori si mette in testa di recuperare dal relitto del Titanic un diamantone gigante noto come "Cuore dell'Oceano". Lui e il suo collega nerd sono a bordo di un sottomarino e si muovono attorno alla nave affondata. Si vedono immagini suggestive del relitto, oggetti vari sparpagliati in giro. Anche un paio di occhiali che sembrano buttati lì un minuto prima: neanche una incrostazione o una lumaca di mare sulla lente. Potenza di Hollywood!

Il cercatore e il suo collega

Comunque, il cercatore figo e il suo collega nerd riescono a recuperare e portare in superficie una cassaforte. Con la stessa delicatezza con cui di solito si smista la spazzatura, il cercatore tira fuori dalla cassaforte un sacco di roba fangosa, perlopiù documenti. Non gliene frega minimamente di star maneggiando dei reperti dall'importanza storica, a lui gli frega solo che il diamante da oltre 50 carati non c'è.

Pulendo le carte dalla fanghiglia, però, salta fuori un disegno ritraente una donna nuda con al collo nientepopodimenoché il diamantone! (Naturalmente il disegno è perfettamente conservato, neanche una linea sbavata). La notizia del ritrovamento circola e si fa viva una vegliarda che dice di essere la donna del ritratto. Lei sul Titanic c'era.

Questa donna anziana si presenta al cospetto del cercatore figo e del suo amico nerd con l'intenzione di narrare loro la storia del naufragio e, per nessuna ragione apparente, il nerd le dà una spiegazione scientifica - a lei, una superstite - di come il Titanic abbia cozzato contro l'iceberg, di come si sia spezzato in due, di come la parte anteriore abbia iniziato a inabissarsi, di come la parte posteriore prima si sia alzata, poi si sia abbassata e poi di come entrambe le parti siano sprofondate negli abissi. Conclude il tutto dicendo:"Una figata!". Praticamente lo stesso tatto di una balena in un negozio di conchiglie. Alberto Angela non avrebbe mai detto una cosa del genere.

A questo punto, la vegliarda inizia il suo racconto e noi spettatori veniamo catapultati indietro nel tempo e ci troviamo nel porto da cui il Titanic sta per salpare.

Entra in scena Kate Winslet che interpreta la vecchia da giovane (chiaro no?). Non mi ricordo le prime parole che Kate pronuncia comunque il concetto è del tipo:"Ma dobbiamo proprio salire su questa bagnarola?". La ragazza sembra un po' spocchiosa ma in realtà è di umore nero perchè deve fare il viaggio con la madre e con il borioso fidanzato supertruccato e non sopporta nessuno dei due, né tantomeno l'ambiente di ricconi che le tocca frequentare. Quindi per lei, voglia di salpare pari a zero.

Cattivissimo fidanzato
dal trucco accentuato
Invece, in una bettola del porto, c'è DiCaprio, con un sacco di fondotinta in faccia, che interpreta un ragazzotto desiderossimo di salpare col Titanic e infatti sta giocando a poker con degli svedesi che hanno messo sul piatto il biglietto per la traversata. Per sua (s)fortuna vince un biglietto per sè e per il suo amico che, tutto contento, gli grida:"Figghiu di puttana!". (È solo nel doppiaggio italiano che c'è questa nuance sicula, nell'originale l'esclamazione è in normale italiano. Gli svedesi imprecano in svedese ma non ho conoscenza sufficiente della lingua per poter dire in quale dialetto lo fanno).

DiCaprio & friend salgono sulla nave all'ultimo secondo. Non appena ci mettono piede - e quando dico "non appena" lo intendo in senso letterale - la nave salpa. Manco fosse una metropolitana, che non appena la porta si chiude, il treno è già fuori dalla stazione.
Il capitano grida:"Avanti tutta!" e inizia un gran fermento: sottocoperta milioni di uomini gettano tonnellate di carbone nelle caldaie, fuoco e fiamme che neanche all'inferno, pistoni e stantuffi che si muovono freneticamente e via, la nave prende il largo.

Anche se presa da un altro film, è lei:
la mitica leva della velocità! La si vede
quando il capitano ordina l'avanti tutta
La sera del secondo giorno di navigazione, Kate (la chiamo così per semplicità) decide che piuttosto che sopportare ancora quelle persone insulse che le tocca frequentare, fidanzato fastidioso in primis, è meglio buttarsi in mare. È già fuori dal parapetto, pronta per il salto, quando sopraggiunge DiCaprio che, mettendo in azione il suo sex-appeal, in quattro e quattr'otto le fa cambiare idea.

Tra i due c'è subito intesa, la scintilla è scoccata. Il giorno dopo passano assieme un sacco di tempo, parlando d'arte (dal momento che lui fa disegni) e facendo a gara di sputi sul ponte. Naturalmente vengono beccati dalla madre snob di lei proprio mentre sono intenti in questa seconda occupazione.

Pressapoco a questo punto, si verifica il primo fatto grave: uno dei dirigenti della compagnia navale White Star - proprietaria del Titanic - parla con il capitano a proposito di aumentare la velocità di crociera allo scopo di arrivare a New York prima del previsto e ottenere grande visibilità sui giornali. Non si può dire se questa scena sia successa anche nella realtà, resta il fatto che il Titanic ha davvero mantenuto una velocità di navigazione troppo alta anche in zona iceberg, anche dopo aver ricevuto ripetuti avvertimenti e questo fatto è stato sicuramente cruciale e determinante nel verificarsi del disastro.

Tornando alla storia del film, DiCaprio viene invitato a cena al tavolo dei ricconi, dal momento che Kate ha detto a tutti che lui l'ha salvata mentre lei stava per cascare dalla nave. Quindi, come ricompensa, lui viene invitato a cena. Capirai che ricompensa, la madre e il fidanzato, quando non hanno la bocca impegnata a ruminare portate deluxe, la usano per sfottere DiCaprio di fronte a tutti. Comunque lui tiene testa ai ricconi antipatici e riesce nascostamente a dare a Kate un biglietto con la quale le chiede di incontrarsi dopo la cena. Si incontrano e lui le dice:"Sei pronta ad andare a una vera festa?".

E la porta negli alloggi di terza classe che sono praticamente diventati un discopub irla-scozzese: tutti che suonano, ballano, cantano, bevono. DiCaprio prima balla con una bambina, poi chiede a Kate di ballare ma la bambina non la prende bene e inizia a guardare la ragazza con occhi che sembrano lanciare pugnali. Kate dapprima fa la ritrosa poi invece si getta nel turbine delle danze tanto che DiCaprio quasi non riesce a starle dietro. Infine, Kate tira fuori il suo lato bad girl e si mette a fumare e bere birre da litro. Visti i precedenti con la gara degli sputi, mancava solo che sfidasse i rudi uomini a fare gara di rutti.

Occhi ostili guardano Kate mentre si sta divertendo nel discopub: sono quelli del maggiordomo del fidanzato, un individuo assai ficcanaso che non perde tempo a riferire al suo datore di lavoro riguardo la notte brava della ragazza. Per cui, la mattina dopo, Kate si becca prima un cazziatone dal fidanzato e poi anche dalla madre e finalmente noi spettatori capiamo perchè 'sta madre spinge così tanto la figlia a sposare uno che non sopporta. In pratica, madre e figlia hanno un sacco di debiti e il matrimonio è l'occasione per mettere a posto le finanze e sistemarsi. La madre prima gioca la carta della rabbia, poi invece la butta sul melodrammatico e con il labbro tremolante dice:"Vuoi forse vedermi lavorare...come camiciaia?". Poi chiude con una perla di saggezza:"Siamo donne ("oltre le gambe c'è di più!" cit. Sabrina Salerno e Jo Squillo). Non abbiamo mai scelte facili".

Nel pomeriggio Kate e altre persone vengono guidate dal progettista della nave a fare un giro. Incontrano il capitano che, proprio davanti a loro, riceve l'ennesimo avviso di attenzione ghiaccio. Il gruppo manifesta una certa preoccupazione ma il capitano pensa bene di tranquillizzarli dicendo che è normale trovare ghiaccio in quella stagione ma non bisogna preoccuparsi. Ci pensa lui: aumenterà la velocità! Mi sembra geniale come trovata. Il gruppo non ha una espressione molto tranquilla, dopo questa uscita.