venerdì 24 marzo 2017

Questione di pelame

Leggo che per il nuovo film "Kong: Skull Island" il reparto di animazione ha lavorato per un anno sui 19 milioni di peli del gorillone. Non ho visto il film, ma mi chiedo se anche chi ha scritto la sceneggiatura ci abbia lavorato per almeno un anno.

Per "Ribelle - The Brave" fu sviluppato un software per la gestione dei 1500 capelli della protagonista ma questo è un numero infimo se paragonato a quello dei capelli di Elsa di "Frozen": ben 400.000, e per i quali è stato creato un ulteriore software apposito, ovviamente. Anna, la sorella di Elsa è più sfigata perchè a fluttuare ad ogni movimento della sua testa sono solo 140.000 capelli. A quanto pare, le protagoniste dei film di animazione hanno delle chiome più movimentate di quelle della Medusa, contrariamente alle attrici in carne e ossa che hanno i capelli così fissati che non gli si sposta una ciocca neanche se vanno nel tunnel del vento.

Forse lui è stato facile da animare
In "Monsters & Co." Sulley, il gigantesco protagonista azzurro, aveva oltre 2,3 milioni di peli individualmente animati e ci volevano dalle 11 alle 12 ore per realizzare ciascun fotogramma in cui il suddetto protagonista appariva. Il film è bellissimo, veramente bellissimo, ma lo sarebbe stato anche se Sulley avesse avuto un milione di peli di meno, per dire. Non è che un protagonista debba per forza sembrare un testimonial di shampoo & balsamo.

In "Zootopia" il numero di peli per ciascun animale varia dai 420.000 ai 9 milioni, con un effetto "foffoso" che i gatti che transitano quotidianamente nel mio giardino possono solo sognarsi. Forse se passassero i pomeriggi al salone di toelettatura potrebbero ambire ad avere cotali pelliccie cinematografiche.

A parte che non capisco perchè tanto iperrealismo nei capelli/peli/pellicce quando poi si fanno personaggi con un aspetto così irreale che io definirei oltre la caricatura:


Anche nei personaggi femminili "normali" c'è la tendenza a esagerare i tratti: le teste e gli occhi sono spesso molto più grandi del consueto. Il personaggio a sinistra è un po' anomalo perchè ha il naso grande, di solito le donne hanno dei nasi molto, troppo, piccoli.


Insomma, cari animatori, ho capito che sapete animare anche 80 milioni di peli però adesso basta. Cos'è, avete intenzione di metterci anche 80 milioni di pulci animate, su quei peli? E magari anche animare la pelliccia delle pulci? Mi vengono le vertigini...come quando si mette specchio contro specchio e si ha la sensazione di star per cadere in un vortice di infiniti mondi.

Perchè invece, cari animatori, non vi dedicate a differenziare un po' di più la mimica, la gestualità, le espressioni? Tante volte mi sembra di vedere sullo schermo sempre lo stesso personaggio, diverso sì nell'aspetto, ma con gli stessi movimenti, lo stesso modo di camminare, di muovere la bocca, con gli stessi gesti enfatici. Come quando si vede Julia Roberts o George Clooney o Jennifer Aniston che di film in film paiono recitare sempre la stessa parte. Mi piacciono questi tre che ho citato, ma diciamo che, quanto a recitazione, Daniel Day Lewis sta da tutt'altra parte.

Insomma, credo si sia arrivati a un punto in cui non ha nemmeno più tanto senso dire che un film ha dei bei effetti speciali. Lo si poteva dire 20 anni fa ma oggi, con i software che ci sono a disposizione, è quasi impossibile fare una ciofeca. Se vengon fuori schifezze non è certo per i mezzi tecnici non adeguati.

C'è una lieve brezza...vado in giardino a controllare se la peluria delle formiche si agita al vento...

venerdì 17 marzo 2017

Einstein and Eddington

Anni fa ho visto un documentario molto ben fatto su Einstein dove, in maniera avvincente, venivano raccontati vari aspetti della sua vita.

Si parlava del suo turbolento matrimonio con una studentessa di fisica la quale deve aver sofferto non poco per aver dovuto abbandonare gli studi; anche il fatto che Albert avesse una relazione con un'altra donna non ha certo aiutato. Dopo 16 anni, il matrimonio è finito in divorzio e Albert si è sposato con l'altra donna.

Si parlava poi diffusamente del periodo storico in cui Einstein ha iniziato la sua carriera, periodo fortemente segnato dalla prima guerra mondiale. Einstein era un convinto pacifista ed era uno dei pochi scienziati a non aver aderito alla causa bellica. Non riusciva a capacitarsi di come diversi suoi amici e colleghi potessero mettere tanto zelo nell'escogitare nuovi e sempre più potenti modi per distruggere vite. Il suo amico chimico Friz Haber era particolarmente invasato ed era riuscito a convincere l'esercito a utilizzare i gas tossici di sua ideazione. Se guardate una foto di Haber, ditemi se non vi viene in mente il Dr. Cyclops.

Il pezzo forte del documentario era però l'aspetto scientifico. Quando Einstein ha iniziato i suoi studi, il mondo della fisica era in crisi: le teorie di Galileo, formalizzate poi da Newton, per tre secoli erano rimaste praticamente inattacabili.

Galileo usava il volgare
anche per scopi divulgativi
Galileo sosteneva che le leggi della meccanica, cioè relative al movimento dei corpi, sono le stesse in qualsiasi sistema di riferimento inerziale. Dicesi "sistema di riferimento inerziale" un qualsiasi sistema dove vale il Primo Principio della Dinamica: un corpo o sta fermo o si muove con moto rettilineo uniforme, a meno che una forza non agisca sul corpo in questione. Il sistema di riferimento stesso può essere fermo oppure può muoversi in modo rettilineo uniforme.

Esempi: la stanza in cui sto ora scrivendo sta ferma, quindi è un sistema di riferimento inerziale. Esco di casa e la strada, che è dritta e non ha pendenze, è un altro sistema di riferimento inerziale. Anche un treno in corsa, o una nave che solca i flutti, o un'astronave che viaggia nello spazio sono sistemi di riferimento inerziali, purchè non cambino di velocità, né curvino, né sobbalzino, insomma ci siamo capiti.

Galileo inoltre ha detto che non c'è un sistema inerziale privilegiato. Se sono spaparanzata in spiaggia sotto il sole tropicale e vedo una nave che passa, posso giustamente pensare che io sto ferma e che la nave si sta muovendo. Ma anche quelli che sono spaparanzati a prendere il sole sul ponte della nave possono, altrettanto giustamente, pensare di essere fermi, mentre io, la spiaggia e il resto del mondo ci stiamo muovendo. Questa è la relatività galileiana.

Ora immagino sempre di essere distesa su questa ipotetica spiaggia e qualcuno in vena di scherzi mi tira una noce di cocco su un piede. Io starnazzo:"Ma porc* pu**ana! La noce è atterrata sul mio piede alla velocità di 10km/h! Vaff**nc**o!" (Anche io uso il volgare, forse non proprio come Galileo...)

Ecco che però, osservando il ponte della nave dalla spiaggia con una potente apparecchiatura stile James Bond, vedo che anche un'altra signora, mollemente adagiata su una sdraio, è vittima di uno scherzo del genere. Un gentile bambino le ha lanciato una noce sull'elegante piede e io riesco perfino a misurare la velocità con cui la noce atterra: ben 30km/h!!

Penso che la signora si è fatta senz'altro più male di me, invece la sento gridare esattamente le stesse identiche parole che ho gridato io. Dopo un momento di stupore, mi rendo conto che la differenza tra la mia misurazione e quella della signora sta nel fatto che io e lei siamo in due sistemi inerziali diversi che si muovono a velocità diverse, quindi nel mio sistema di riferimento, alla velocità della noce viene sommata anche la velocità della nave; nel suo sistema questa somma non avviene perché per lei la nave è ferma.

Quindi, le leggi sono sempre le stesse e valgono in tutti i sistemi inerziali però quando si fanno le misurazioni di spazi e velocità, bisogna tenere conto di dove si trova l'osservatore che fa queste misurazioni. Galileo ha scritto anche delle trasformazioni apposite, per passare da un sistema di riferimento a un altro.

Insomma, per quasi tre secoli tutto questo è andato bene fino a che...qualcuno ha visto la luce. O meglio, qualcuno si è accorto che la luce ha sempre la stessa velocità, indipendentemente dalla velocità del sistema di riferimento in cui la si misura! Colpo di scena, la teoria crolla.

Anche Joliet Jake ha visto la luce
In particolare, a mettere in crisi il sistema galileiano erano gli studi del fisico Maxwell che aveva capito che la luce era un'onda elettromagnetica, capace di propagarsi nel vuoto. E Maxwell aveva fatto tutto un sistema di equazioni per descrivere le onde e i campi elettromagnetici, ma tutto questo cozzava con le vecchie teorie.

Che fare? I fisici erano in crisi. Non sapevano se buttare le teorie di Maxwell o quelle di Galileo.
Maxwell o Galileo? Galileo o Maxwell?

E similmente a quell'acqua effervescente che si proponeva come il giusto mezzo tra il liscio e il gassato, entra in scena Einstein: la terza via, l'anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo.

Einstein dice che nei sistemi inerziali tutte le leggi sono le stesse, non solo quelle della meccanica ma anche quelle dell'ottica e dell'elettromagnetismo. Ma a una condizione: bisogna abbandonare il concetto di tempo assoluto così come lo conosciamo.

Quindi non solo lo spazio è relativo al sistema di riferimento in cui si fa la misurazione, anche il tempo lo è. E già che c'è, Einstein fonde lo spazio e il tempo in un unico concetto che molto originalmente viene chiamato spaziotempo. Al limite, se proprio si vuole usare un termine più originale, lo si può chiamare cronotopo.

Cosa vuol dire che il tempo non è assoluto? Vuol dire che un secondo dura diversamente per due osservatori che si trovano in sistemi inerziali diversi. Ad esempio: se un omino si trova in una astronave che va molto, molto veloce e spara un raggio luminoso su uno specchio posizionato sul soffitto, questo omino vedrà il raggio salire verticalmente e scendere verticalmente.

Immaginiamo ora che l'astronave passi vicino a un pianeta dove si trova un altro omino. Quello dentro l'astronave spara il raggio e quello sul pianeta osserva la scena. Ebbene, l'omino sul pianeta vedrà il raggio luminoso salire obliquamente (non più verticalmente) e scendere obliquamente. Secondo l'osservatore sul pianeta, il raggio luminoso fa un tragitto più lungo rispetto a quello che vede l'osservatore sull'astronave. Quindi se in entrambi i casi la velocità della luce è costante ma gli spazi percorsi sono diversi, è evidente che l'unico altro parametro che può cambiare è il tempo. Incredibile ma vero: il tempo scorre più lentamente per l'omino che viaggia molto velocemente sulla sua astronave.

Questo è un concetto decisamente rivoluzionario ed è anche difficile riuscire a visualizzarlo ma funziona proprio così: più veloce si va e più il tempo rallenta. E dirò di più: ad altissime velocità le lunghezze si accorciano. Veramente oltre ogni ipotesi fantascientifica: eppure è così.

Quindi per passare da un sistema inerziale a un altro si usano non più le trasformazioni galileiane, si usano bensì quello del fisico Lorentz, ma in definitiva, a basse velocità, le due trasformazioni praticamente si equivalgono.

E questa è in pratica la teoria della relatività ristretta, ristretta perchè si riferisce soltanto ai sistemi inerziali. Einstein non è però soddisfatto, lui punta a qualcosa di più generico. I sistemi inerziali, alla fin fine, sono qualcosa di praticamente virtuale. Cosa si muove di moto rettilineo uniforme? Quasi niente, la Terra men che meno e così anche i pianeti e i vari corpi celesti.

A questo punto, ecco che un altro grande fisico sta per ricevere una tremenda stoccata. Proprio lui, sir Isaac Newton, con la sua teoria gravitazionale. Newton asseriva che due corpi qualsiasi si attraessero tra loro ma non riusciva a capire bene cosa fosse questa forza di attrazione. Newton era addirittura imbarazzato per il fatto di non riuscire a spiegare la cosa.

Nonostante tutto, con la sua legge di gravitazione universale si riesce a descrivere accuratamente tutte le orbite dei pianeti del sistema solare con l'eccezione di quella di Mercurio, per la quale si verifica un leggerissimo errore. Se il problema fosse solo quello, vabbè, non sarebbe una gran cosa. Ci sono altre falle, ben più gravi, nella teoria newtoniana. Secondo questa teoria, se Giove, ad esempio, sparisse di colpo, questo cambiamento verrebbe comunicato istantaneamente agli altri pianeti. Ciò significa che questa misteriosa forza di attrazione gravitazionale sarebbe più veloce della luce e questo non è possibile.

Einstein se ne esce con una idea strabiliante: ogni corpo è in grado di curvare lo spaziotempo che lo circonda. Questo fenomeno viene spesso visualizzato con una immagine del genere: si visualizzi due persone che tengono un lenzuolo sospeso in modo che questo sia parallelo al terreno. Al centro del lenzuolo si butta una palla; ecco che la palla curva il lenzuolo e qualsiasi altro oggetto più piccolo, se viene appoggiato sul lenzuolo, tenderà a rotolare verso la palla.
Ovviamente questa è una semplificazione estrema ma l'immagine aiuta a capire il senso della teoria e a spiegare come funzioni "l'attrazione" tra due corpi e a escludere quindi strani fluidi magnetici.

Cronotopo
Einstein asserisce che anche la luce, quando è in prossimità di una grande massa, viene influenzata dalla curvatura dello spaziotempo e ritiene che che il fenomeno sia "facilmente" verificabile in maniera sperimentale. L'idea è quella di vedere come si comporta, in prossimità del sole, la luce di una stella: subisce una deflessione oppure no?

Naturalmente, in condizioni normali, il sole è troppo luminoso e le stelle non si riescono a vedere ma quando c'è un'eclissi totale è possibile fare una foto al sole e vedere le stelle in prossimità del disco. Facendo un confronto con una foto notturna delle stesse stelle si dovrebbe riuscire a vedere se c'è una differenza di posizione. Se c'è differenza di posizione vuol dire che la luce è stata curvata.

Nel 1912, col desiderio di dimostrare sperimentalmente la sua teoria, Einstein fa un appello al mondo dell'astronomia:"Andate e misurate" ma siccome Einstein all'epoca è praticamente sconosciuto, il mondo dell'astronomia gli risponde con un menefreghistico silenzio. Solo un giovane e baldanzoso studente, tale Erwin Freundlich, gli risponde e si offre di collaborare. Durante il viaggio di nozze di Freundlich, i due si incontrano e parlano della missione. Mi immagino la gioia della moglie di Freundlich: passare il viaggio di nozze con il marito monopolizzato da uno che parla di fisica tutto il tempo.

Questo Freundlich è uno che si dà da fare e coinvolge nella missione addirittura un certo astronomo americano, tale William Wallace Campbell, pioniere della spettroscopia astronomica e quindi dotato di potenti mezzi per osservare e fotografare i corpi celesti.

Nel 1914 Freundlich e Campbell vanno in Crimea per fotografare l'eclisse prevista per il 4 agosto. Han già preparato tutta l'apparecchiatura, sono praticamente pronti a fotografare ma...arrivano dei soldati russi dicendo che la Germania ha dichiarato guerra alla Russia per cui Freundlich, in quanto tedesco, viene preso come prigioniero di guerra. Campbell, essendo americano, può star lì a guardare l'eclisse.

Il momento dell'eclisse è giunto, Campbell si mangia le unghie per la tensione...si vedrà qualcosa? No, non si vedrà niente. Il cielo è pieno di nuvole per cui dell'eclissi non si vede una beneamata fava.

Einstein è abbastanza depresso per l'esito negativo della missione però continua a lavorare alla sua teoria. Riguardando i suoi calcoli, fa una scoperta: sono sbagliati! Ebbene sì, anche i geni sbagliano a far di conto. Se in Crimea Campbell fosse riuscito a fare la foto, si sarebbe visto che la luce si curva solo la metà di quello che Einstein aveva calcolato. Menomale che la missione fotografica era andata male, sennò sai le figure.

Passa altro tempo durante il quale Einstein rifà tutti i conti, finisce di dimostrare per bene la teoria e la presenta in pubblico. Il problema è che manca sempre questa prova sperimentale. Comunque per l'8 giugno 1918 è prevista un'altra eclissi la cui totalità sarà visibile in California, praticamente a casa di Campbell, manco farlo apposta.

Stavolta però Campbell deve fare delle misurazioni con strumenti di fortuna, dal momento che la sua apparecchiatura è rimasta in Crimea. Sulle prime, anche stavolta le condizioni meteo sono avverse: le solite nubi coprono il sole. Invece, proprio all'ultimo momento, le nubi si squarciano e il sole eclissato appare in tutto il suo splendore (questa frase è quasi un ossimoro).

Quando le foto vengono esaminate, però, sembra che le stelle si presentino nella solita posizione. A quanto pare, Einstein ha torto. Campbell però non se la sente di dare un giudizio così lapidario basandosi su foto scattate con strumentazioni non eccellenti e si prende del tempo per verificare meglio.

Nel frattempo, a Cambridge, il brillante astronomo Arthur Eddington viene a conoscenza della teoria di Einstein e ne rimane subito affascinato. Eddington è un quacchero e quindi un pacifista per cui è uno dei pochi a cui non frega niente che la teoria della relatività sia stata ideata da uno scienziato tedesco. Quando poi scopre che Einstein è pure lui un pacifista, manca poco che si faccia la T-Shirt con scritto:"Einstein my BFF".

Arthur Stanley Eddington
Eddington ritiene che la teoria di Einstein sia troppo bella per non essere vera e, siccome per il 29 maggio del 1919 è prevista un'altra eclissi, Eddington decide di andare personalmente a fare le foto. L'eclissi sarà visibile al meglio in Africa, sull'isola di Principe. Anche stavolta il tempo fa gli scherzetti, con le nuvole che fino all'ultimo sembrano voler eclissare l'eclissi, invece, fortunamente, Eddington e la sua squadra riescono a fare delle foto perfette.

Nel frattempo, Campbell arriva a Londra per tenere una riunione alla Società Astronomica e rivelare finalmente l'esito dell'analisi delle fotografie dell'eclissi californiana. Rullo di tamburi, la suspense è alle stelle, tutti col fiato sospeso per sapere se questa benedetta teoria è o non è verificata.

Campbell parla e dice: no, la luce non si è curvata come previsto da Einstein. Gli astanti non si sono ancora ripresi dalla notizia quand'ecco che accade un colpo di scena: la riunione viene interrotta da un telegramma di Eddington che dall'Africa scrive che, in base alle sue prime analisi delle lastre fotografiche, Einstein ha ragione!

Dopo diversi mesi e dopo un'analisi dettagliata delle fotografie, Eddington conferma ufficialmente la teoria di Einstein il quale assurge agli onori della cronaca mondiale e diventa una superstar, probabilmente l'unico scienziato a diventare famoso come un divo del cinema.

Dopo la visione di questo avvincente documentario, ho pensato:"Dovrebbero farci un film!" E in effetti il film lo hanno fatto anche se, a dire il vero, il film e il documentario sono dello stesso anno per cui probabilmente il film non è stato ispirato dal documentario (e non è nemmeno l'unico del periodo).

Il titolo originale del film è: "Einstein and Eddington" mentre il titolo italiano è: "Il mio amico Einstein". Non la trovo una scelta proprio fantastica dal momento che praticamente tutti i film che contengono le parole "il mio amico" nel titolo sono o film per ragazzi oppure sono commedie più o meno assurde. Avendo in mente film come "Il mio amico Alf" o "Il mio amico Zampalesta" oppure "Il mio amico Jekyll" (con Raimondo Vianello nei panni di Jekyll) non mi aspettavo granché da "Il mio amico Einstein". Pensavo sarebbe stato qualcosa come "Genio per amore", per dire.

Einstein and Eddington
Invece il film è serio e racconta alcune delle cose che ho scritto in questo post e viene dato molto spazio al personaggio di Eddington. La pellicola è gradevole ma non va oltre il livello di sceneggiato tv; diversi fatti avvenuti nella realtà e che ben si sarebbero adattati a essere inseriti in un film non sono stati messi e si sono invece privilegiate le solite questioni personali dei protagonisti.

Secondo me si poteva dar più spazio all'aspetto scientifico invece di insistere troppo sui problemi di cuore di Einstein e di Eddington. Anche gli aspetti privati dei grandi personaggi possono essere interessanti però bisogna trovare la chiave giusta. Ad esempio: vuoi parlare del matrimonio difficile di Albert? Bene, allora concentrati prevalentemente su quello e magari lo racconti dal punto di vista della moglie che, in quanto donna di inizio '900, doveva per forza scegliere tra famiglia e carriera.

Invece in questo film le cose vengono raccontate come negli sceneggiati, dove le questioni personali dei personaggi famosi diventano centrali e permettono di seguire la storia sul divano mentre si fa all'uncinetto e ogni tanto si va in cucina ad arraffare un pezzo di pane. In questo modo, tutti i personaggi vengono livellati, potrebbero essere musicisti, scienziati, scrittori, stilisti...tendono tutti ad assomigliarsi.

Molta gente sembra abbia quasi paura della scienza e la considera come qualcosa che solo "gli addetti ai lavori" possono capire. Certo, tanti concetti non sono mica facili; la fisica, poi, richiede capacità di astrazione non indifferenti. Però è possibile spiegare le cose in maniera chiara per tutti e con un film dovrebbe essere anche più facile, dal momento che "un'immagine vale più di mille parole". Inoltre penso che si possa fare divulgazione in maniera divertente e non pedante. Eddington stesso era un eccellente divulgatore, molto dotato di senso dell'umorismo e le sue conferenze erano seguitissime.

Tornando al film, Einstein è interpretato da Andy Serkis che, per una volta tanto, appare sullo schermo in carne e ossa e non troppo truccato. Il suo Einstein mi è sembrato un po' troppo brillante ed estroverso; non sono del tutto sicura che Einsten fosse proprio così ma potrei sbagliare. Invece mi è molto piaciuto David Tennant nel ruolo di Eddington: l'ho trovato espressivo ma non esagerato.

Insomma, visto il materiale, si sarebbe potuto fare di più.

Mi sono accorta ieri che se avessi finito il post per il 14 marzo, sarebbe stato perfetto perchè era il compleanno di Einstein, ma ci ho messo un sacco a scriverlo e ho finito tardi.

Chiudo con una battuta vista sulla Settimana Enigmistica:
Frank Einstein: un mostro della fisica

sabato 4 marzo 2017

Metodi didattici a confronto:
Coach Carter vs Whiplash

Nel post di oggi, prenderò in esame due film di ambientazione scolastica (quelli del titolo) e metterò a confronto le figure dei due docenti protagonisti. Questi docenti hanno in comune non solo la pelata, ma anche i metodi severi e inflessibili. Chi uscirà vincitore dal confronto? Staremo a vedere.

carter vs whiplash

Quando ho letto la trama di "Coach Carter", prima di vederlo, ho pensato che il film si inserisse bene in quel filone cinematografico in cui i protagonisti sono dei malcapitati insegnanti che si ritrovano alle prese con scolaresche problematiche, svogliate, disadattate, indifferenti. Spesso questi film iniziano con i professori che non vengono degnati di uno sguardo dagli alunni e finiscono con gli stessi professori portati in trionfo dagli allievi, diventati nel frattempo studiosissimi. Questi film sono sì gradevoli ma contengono il più delle volte un alto tasso di retorica.

Inoltre, Coach Carter veniva spesso trasmesso su una rete per famiglie e questo fatto, unito alla retorica di cui sopra, mi faceva venire ancor meno voglia di vederlo. Se la retorica normale è da prendere col contagocce, quella di tipo adolescenziale è da assumersi a dosi omeopatiche.

Poi però, mi sono accorta che il protagonista era nientemeno che Samuel Jackson e allora, vinti tutti gli indugi, ho deciso di dare una chance al film e di avventurarmi nella visione. Se c'è Samuel Jackson - mi sono detta - il film non può essere troppo banale.

Samuel Jackson interpreta il coach Carter che, come si può forse intuire, non è veramente un professore. È bensì un allenatore di basket e viene incaricato di occuparsi della squadra di pallacanestro di una scuola situata in un quartiere malfamato dove l'attività principale è lo spaccio e la seconda attività principale è la rissa con coltello.

Come previsto, i ragazzi non sono né disciplinati né studiosi ma almeno hanno voglia di giocare a basket. Il coach però mette subito in chiaro le regole da rispettare per poter far parte della sua squadra. Innanzitutto bisogna smetterla di parlare come scaricatori di porto. Inoltre bisogna vestirsi decentemente e arrivare puntuali. Dulcis in fundo, bisogna frequentare tutte le lezioni (non solo quelle di basket) e avere una media superiore a un certo valore stabilito dal coach. Si noti quindi che le regole, per la gran parte, non riguardano il basket.

Tutti dicono sì sì va bene, accettiamo le regole ma il coach non è mica fesso: fa firmare a tutti un bel contrattino così che quelli che firmano non abbiano poi da lamentarsi se vengono sbattuti fuori dalla squadra per non aver rispettato le condizioni del contratto.

Bene, iniziano gli allenamenti sotto la direzione esigente del coach che non esita a escludere dalla squadra chi non si comporta come da contratto, anche se è bravo a giocare. Inizia la stagione delle partite e la squadra va alla stra-grande, sempre prima in classifica.

Dopo qualche tempo, il coach decide di andare a verificare se i suoi allievi stanno rispettando il contratto. Naturalmente, diversi ragazzi non studiano, non hanno la media richiesta e addirittura c'è qualcuno che non va neanche a lezione.

Il coach si incacchia alla grande e si sente pure preso in giro. Come punizione, decide di interrompere gli allenamenti, di chiudere la palestra e di non far partecipare la squadra alle successive partite di campionato. Tutto tornerà alla normalità solo quando i ragazzi si saranno messi in pari con lo studio.

La sua decisione attira le ire di tutti: non solo quelle dei ragazzi ma anche quelle del preside, dei genitori, perfino di altri professori.
"Come osa lei", dicono i genitori, "non far giocare i nostri figli che sono tanto bravi?"
E il preside rincara:"Come osi tu far incavolare i genitori?"
Non so perchè, ma la situazione mi ricorda un po' quella della moderna italica scuola.

Insomma vien fuori un casino, il coach viene addirittura aggredito fisicamente e a scuola gli fanno persino una sorta di processo. Lui però è un figo, tiene duro e cerca di far capire a quei cialtroni che gli danno contro che innanzitutto bisogna insegnare ai ragazzi la disciplina e che il fatto di essere atleti non dà loro il diritto di fare tutto quel cavolo che vogliono, infrangendo le regole che avevano promesso di rispettare.

Inoltre, il coach fa un discorso molto pratico e cerca di spiegare che se i ragazzi avranno dei voti decenti alla fine della scuola potranno, anche grazie al basket, andare al college che è probabilmente l'unica opportunità che hanno per sfuggire a quel quartiere malfamato dove è altamente probabile che finiranno in prigione, se va bene. Se va male, ci lasceranno le penne.

Insomma il coach è un tipo deciso e coerente. O si fa come dice lui oppure, fanculo tutti, che si arrangino, lui se ne va. No anzi, il coach non dice proprio così, perchè aborre il turpiloquio per cui al massimo potrebbe dire:"Go to that country".

Ma ora passiamo al secondo film - "Whiplash" - vincitore di un milione di premi assortiti.

Stavolta la scuola non è in un quartiere malfamato ed è anzi una scuola prestigiosa. Un prestigioso conservatorio, per la precisione.

Il protagonista del film è un ragazzo che studia batteria. Una sera, mentre si sta esercitando solo soletto in una stanzetta, arriva un professore ad ascoltarlo. Il professore - tal Fletcher (e non è parente di Jessica) - lo invita a far parte della sua band, formata solo da studenti selezionatissimi.

Il ragazzo, tutto contento, inizia a partecipare alle prove con la band ma non tarda molto a sperimentare i metodi violenti di Fletcher. Questo sedicente professore non esita a gridare e a insultare, picchiare, umiliare i suoi studenti.

Non solo, tiene gli allievi constantemente sulla corda cambiandoli continuamente di ruolo: da principale a riserva e viceversa, fomentando una malsana competizione tra alunni.

Il ragazzo ha un carattere molto forte e non si lascia abbattere e anzi, si getta anima e corpo nello studio. Molla la fidanzatina e si esercita come un pazzo fino a farsi sanguinare le mani.

Dopo vari casini che non sto a narrare, il ragazzo viene espulso dal conservatorio ma salta fuori che il professor Fletcher è stato probabilmente responsabile del suicidio di uno studente, tempo addietro. I genitori di questo studente morto vogliono far licenziare il professore e chiedono al ragazzo di collaborare con loro, come testimone anonimo.

Non proseguo oltre con il racconto della storia e mi limito a dire che il finale è abbastanza ambiguo, può essere interpretato in più di un modo e uno di questi non mi piace per niente.

Chiarisco subito che il film è ottimamente recitato, ottimamente girato, fotografato, realizzato e tutti gli altri "-ato" che vengono in mente. Dal punto di vista cinematografico, questo film è superiore a Coach Carter anche se Samuel Jackson è veramente carismatico e bravo.

Detto ciò, ho trovato il film disturbante. Mi sono chiesta: ma qual è il messaggio che l'autore voleva dare? No perché l'unico messaggio che viene in mente a me è:"Guardate, è proprio così che non si insegna". Avete presente quando in tv ci sono certi personaggi che fanno cose pericolosissime e appare in sovraimpressione la scritta:"Non fatelo a casa"? Ecco, io avrei fatto sovraimprimere al film "Non fate così in nessuna scuola".

Dubito però che l'autore dell'opera intendesse dire questo. Anche leggendo molti dei commenti al film sembra di capire che il senso della storia sia grossomodo: vale la pena sacrificarsi fisicamente, emotivamente e relazionalmente per l'arte?

Premesso che so - e non per sentito dire - che per suonare da bene a benissimo uno strumento bisogna farsi un mazzo tanto. Non basta fare gli occhioni da cane bastonato e dire:"è il mio sogno, ci riuscirò perchè ci credo e non so fare altro."

Analizziamo la frase in corsivo che ho scritto sopra.

Mimì Ayuhara con i polsi non
ancora sanguinolenti
Per quanto riguarda il sacrificio fisico, beh, suonare ore e ore di seguito non è tanto riposante, questo è sicuro, ma lavorare in miniera direi che è un tantino peggio. Inoltre mi pare un po' assurdo vedere un musicista che suona fino a spaccarsi le mani. Dopo due giorni ti viene la tendinite e allora che fai? Ti ingolli tutta la scatola degli antidolorifici e continui a suonare? La tua carriera di musicista finisce ancora prima di iniziare. Non siamo nel cartone di Mimì Ayuhara dove la protagonista si allenava a fare bagher con le catene ai polsi.
Il corpo deve essere tenuto da conto. Il musicista Robert Schumann aveva tentato strani esperimenti, tipo fasciarsi un dito allo scopo di migliorarne l'articolazione, col risultato di trovarsi col dito semiparalizzato e con problemi vari a tutta la mano. Carriera pianistica andata a monte e menomale che lui era sufficientemente dotato per dedicarsi alla composizione.

Passiamo al sacrificio emotivo. A volte può essere frustrante studiare ripetutamente noiosi esercizi o non riuscire, nonostante gli sforzi, ad ottenere i risultati desiderati. Però, a meno di non avere un insegnante psicotico o pedagogicamente incompetente, il disagio emotivo è di solito tollerabile. Avevo un insegnante che era, pur con i suoi difetti, un buon insegnante e che ogni tanto "svergognava" di fronte a tutti quegli studenti che lui reputava bravi, allo scopo di spronarli. "Come?? Non sai quando è stato il Concilio di Trento???" Non era piacevolissimo trovarsi in quella situazione - quando si viene ripresi non è mai piacevole - ma non era di certo umiliante né si veniva offesi. Niente a che vedere con quello che si vede nel film.

E ora l'aspetto relazionale. Bah, io di musicisti eremiti non ne conosco. E voi risponderete: beh se stanno nel loro eremo non li conosci di certo. A parte gli scherzi, se un impiegato lavora otto ore e ha tempo per avere amici e famiglia, perché non dovrebbe avere tempo per le relazioni un musicista professionista il cui lavoro consiste nel suonare otto, nove ore al giorno? Ci sono, è vero, delle fasi in cui ci si dedica al 98% del tempo allo studio ma insomma dai, a me sembra che i musicisti, anche famosi, han tutti amici, famiglie e quant'altro. Che poi, il jazz (visto che in Whiplash si suona il jazz) è una musica che si fa prevalentemente non in solitaria. I grandi jazzisti passavano le nottate a suonare assieme e a imparare uno dall'altro.

E ora concentriamoci un attimo sulla seconda parte di quella frase: tutti 'sti sacrifici bla bla per l'arte.
Ecco, esattamente dov'è che si parla di arte nel film?

[Silenzio. Sterpaglia che rotola nel deserto]

No perché a me non sembra proprio che nel film si parli di arte, quanto piuttosto di tecnica spinta all'estremo e sfociante nel virtuosismo. L'arte è qualcosa di diverso, l'arte è un'intuizione, un pensiero che altri non hanno avuto, una palla buttata qualche metro più in là oltre il confine dell'esplorato.

La sterpaglia si chiama "rotolacampo".
Eccola nel particolare di una foto di Jez Arnold
Certo, la tecnica è fondamentale, nessuno lo nega. Se mi metto a cantare l'aria della regina della notte, tratta dal Flauto Magico di Mozart, dovrò avere una tecnica mostruosa (e non solo) per rendere al meglio il senso artistico e non sembrare un volatile starnazzante.

Ma non bisogna pensare che la tecnica sia la cosa più importante. I grandi musicisti, soprattutto nel jazz dove c'è meno distinzione tra interpreti e compositori, anche se erano dei virtuosi, non sono mica entrati nella storia per quel motivo. E ci sono diversi grandissimi musicisti, come Thelonius Monk o Miles Davis che non erano nemmeno così eccelsi dal punto di vista tenico eppure sono lì, col nome scritto a lettere di fuoco nella storia della musica.

Fletcher, secondo me, di arte non parla mai.

Ed eccoci arrivati al nostro professore. Non sfuggirà al becco della CineCivetta!

In una scena, l'esimio parla di come il suo metodo serva a tirare fuori il meglio dagli allievi e, a riprova di questo fatto, narra di come una volta Joe Jones abbia lanciato un piatto in testa a Charlie Parker, durante un concerto, rischiando di decapitarlo. A detta di Fletcher, è stato proprio questo fatto a far scattare la molla in Parker che si è messo a studiare come un pazzo raggiungendo livelli eccelsi di bravura. Se Jo Jones avesse detto a Parker:"Buon lavoro (good job)", l'altro non sarebbe diventato il grande musicista che è diventato.

Non so da dove partire per smontare questa sequela di cazzate. A parte il fatto che probabilmente Fletcher deve aver visto qualche volta di troppo il film "Goldfinger", dove il cattivo asiatico uccide la gente lanciando il suo cappello la cui tesa è una lama affilata. Non si spiega altrimenti la trasformazione dell'aneddoto su Jones e Parker. Intanto Parker stava suonando male, durante quel concerto, quindi dirgli "good job" sarebbe stato assurdo. Inoltre Jones gli lanciò un piatto ai piedi e, a quanto pare, non con rabbia ma come per dirgli:"per stasera basta". L'episodio era quindi un tantino diverso da come la racconta Fletcher. Come se non avesse già abbastanza difetti, il nostro prof è anche un gran cazzaro.

Questo è il cattivo Odd Job il cui
nome ha una curiosa assonanza con
il termine "good job". Forse per quello
Fletcher si è confuso.
Mi piacerebbe proprio sapere se c'è qualche musicista famoso che ha avuto un insegnante della risma di Fletcher e che grazie a quell'insegnante è diventato un grande. Secondo me non ce ne sono.

Inoltre, secondo Fletcher, se non fai come fa lui, che usa il metodo del bastone, vuol dire che stai usando il metodo della carota. Quindi fare come fa il coach Carter significa usare il metodo della carota.

Dire a un allievo:"No, guarda, non va bene come suoni" significa essere morbidi e usare il metodo della carota.

Fletcher ama il metodo del bastone che è l'unico che funziona, secondo lui. A parte che più che "del bastone", sembra il metodo della mazza chiodata. Della serie, diamo dieci mazzate all'allievo, se sopravvive bene altrimenti avanti il prossimo. Più che un metodo di insegnamento, a me questa sembra una tecnica di combattimento adatta a qualche troll uscito da World of Warcraft.

E il nostro Fletcher si lamenta di non aver mai trovato tra i suoi allievi un Charlie Parker o un Louis Armstrong. Ma pezzo di un cretino che sei! Sarebbero potuti esserti passati sotto il naso 20 o 30 di musicisti del genere che non te ne saresti neanche accorto, preso com'eri dalle tue cacchiate sadiche.

Quindi chi vince la tenzone?
Il professore severo ma corretto che ti insegna non solo la sua materia ma ti dà una visione più ampia delle cose e che trasuda rispetto da ogni poro così che tu dai il massimo per poterti sentire dire Bravo! da lui, perché sai che un suo "bravo" non è detto tanto per dire
oppure
Il "professore" pazzo che dovrebbe insegnare musica e invece non sa neanche dove la musica stia di casa (perché se lo sapesse, qualcosa di significativo e intelligente te lo avrebbe detto) e che non merita neanche un atomo di rispetto?

Domanda retorica.