lunedì 16 aprile 2018

Sbaglio di chiave

Clicca sulla freccia e segui la storia.

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Seguitemi attraverso la libreria stile Frankenstein Junior -
vi porto io dal Fabbricante di Chiavi

Uff! Non scorre, servirebbe anche un Fabbricante di Olio

Sono Neo. È lei il Fabbricante di Chiavi?

Beh, una specie. E tu chi sei? Il Guardia di Porta?
Mi piaceva di più quell'altra.

Sono Neo, l'Eletto

Eletto da chi? Io non ho neanche votato!
Comunque...chi ti fa le tasse?

venerdì 6 aprile 2018

Un film di fantasmi

Oggi vi voglio portare un po' indietro nel tempo, fino all'anno 1937.

Il posto in cui vi porto è la Cornovaglia. Ve le immaginate, vero, le scogliere corniche, con quelle belle baie e l'acqua spumeggiante che si infrange sulle rocce?

Ecco, in cima a una scogliera immaginatevi una bella e grande casa, da ristrutturare, certo, ma una volta fatti tutti i lavori verrà fuori una magione da sogno.

Voi, proprio come i due protagonisti, siete stanchi della vita frenetica di Londra e dell'inquinamento che vi ammorba i polmoni e volete quindi trasferirvi nella splendida campagna cornica, dove potrete pure fare il bagno nella limpida acqua (stando magari attenti a non infrangervi anche voi sulle rocce).

Questi sono i due protagonisti, fratello e sorella. Lui Rick, lei Pamela, con l'accento sulla a
Ma non fate neanche in tempo a finire la ristrutturazione e godervi in santa pace la vostra nuova dimora, che vi accorgete di strani fenomeni: la notte si odono lamenti misteriosi in tutta la casa e una stanza fa venire pensieri altamente deprimenti se ci si sta dentro, roba che quasi vi vien voglia di buttarvi dalla scogliera.

E in effetti, poi scoprite che qualcuno è davvero morto cadendo dalla scogliera e il suo fantasma infesta la casa. E forse magari non c'è solo un fantasma a turbare la quiete domestica...

Il film è del 1944 ed è tratto dal romanzo Uneasy Freehold (o anche The Uninvited) dell'irlandese Dorothy Macardle. Il romanzo è inedito in Italia (casomai smentitemi che correggo) ed è una storia di fantasmi con tutti gli elementi classici del genere: casa antica isolata, sedute spiritiche, fantasmi con questioni da risolvere, ma non trascura la caratterizzazione dei personaggi e in particolare si dilunga - non spiacevolmente - sull'attività di recensore/drammaturgo del protagonista maschile.

Il film è girato in America, per cui quelle che dovrebbero essere scogliere corniche sono in realtà quelle della California; rispetto al libro vengono tagliati via dei personaggi che porterebbero la storia un po' troppo fuori strada e qualche snodo della storia è stato un po' rimescolato, ma nel complesso la trasposizione è abbastanza aderente, anche nei dialoghi.

A quanto pare, Scorsese ha posizionato questo film al terzo posto nella sua personale lista di film di paura e sembrerebbe che anche nella personale lista di Guillermo del Toro questo film faccia la sua comparsa, anche se non è chiaro in quale posizione, ma non credo tra i primi 5.

Beh, diciamo che per gli standard odierni, è difficile che questo film spaventi davvero, però è indubbio che ci sia una certa atmosfera di tensione sapientemente creata con la fotografia in bianco e nero, con le ombre e luci messe al posto giusto e con il ritmo narrativo adatto. Fortunatamente non ci sono quei jump scare di 'sto cacchio di cui soprattutto gli autori recenti fanno ampio uso e abuso, ché sennò non sanno come spaventare. E poi, i momenti di tensione sono nei punti giusti, non c'è quella generica atmosfera torva e forzata che impregna certi film dal primo all'ultimo minuto.

Comunque, questo è uno dei primi film in cui il fantasma è qualcosa che fa paura e non un'entità comica. Tra l'altro, inizialmente il regista voleva lasciare le apparizioni fantasmatiche all'immaginazione degli spettatori, invece poi è stata inserita qualche breve sequenza col fantasma fluttuante. Anzi, quelle sequenze mi sembrano anche fatte bene per cui ancora un altro paio se ne poteva aggiungere.

Il protagonista principale è il famoso e assai prolifico Ray Milland, mentre nel ruolo della sorella c'è Ruth Hussey che personalmente non avevo mai sentito.

Gail Russell
Nel ruolo di una ragazza imparentata con il fantasma c'è una giovane attrice, Gail Russell, bella ma sfortunata. Qui è in uno dei suoi primi ruoli e pare che, per superare la paura da set, ricorresse all'alcol. Il problema è che poi l'alcol è diventato compagno abituale di vita e la ragazza è morta a soli 37 anni.

L'attrice e drammaturga Cornelia Otis Skinner interpreta l'assai ambiguo ruolo della direttrice di una misteriosa clinica e questo ruolo ha fatto un po' fatto discutere perché sembrava far riferimento a un amore lesbico.

Peccato che è stato eliminato dal film il personaggio del prete campagnolo che cerca di convincere i padroni di casa a fare un esorcismo per scacciare il fantasma.

Bene, vi ho detto tutto, l'unica cosa che non vi ho detto è il titolo del film.

La casa sulla scogliera


martedì 3 aprile 2018

La storia fantastica

[In fondo al post trovate i link agli altri blog che celebrano i trent'anni da quando questo film è uscito in Italia.]

Quante volte il film La storia fantastica sarà passato in tv? Tantissime, visto che quest'anno ricorrono i trent'anni da quando la pellicola è giunta in Italia.

E quante volte ho visto io questo film? Una. Per poter poi scrivere questo post.

Ci sono film, anche famosi, che non ho mai guardato perché per qualche motivo non mi attirano. Ci ho messo 20 anni prima di vedere Titanic. Il Gattopardo non so quando mi deciderò a vederlo e non so se ho tanta voglia di vedere film come Platoon o Full Metal Jacket.

Già a partire dal titolo, La storia fantastica mi è sempre sembrato poco appetibile. Non vi sembra un titolo moscio? Non c'era un aggettivo un po' meno generico di "fantastica"?
E nemmeno il titolo originale The Princess Bride mi pare poi così tanto originale. Di principesse e spose ne ho sempre avute piene le tasche.

Poi c'era Robin Wright che all'epoca recitava nella soap-opera Santa Barbara. E quando mai si è visto che un attore di soap riesce ad arrivare a recitare in film che non siano dei piatti tv movie? In realtà qualcuno ce la fa a fare il salto da soap-opera a film-da-cinema: oltre a naturalmente la stessa Wright, mi viene in mente Tommy Lee Jones, Richard Cox, Teri Polo, Demi Moore. E ce ne sono sicuramente altri ma comunque non sono tanti.

In più c'era il mitico Peter Falk che mi sembrava relegato a un ruolo alquanto minimo, per cui mi dicevo: "ma come? Hai Peter Falk e gli fai dire solo qualche battuta?" (E qui mi viene in mente quando Verdone aveva chiamato Sora Lella per proporle di partecipare a Bianco, rosso e Verdone e lei era diffidente e gli aveva fatto capire se era solo per quattro pose non si sarebbe sprecata a partecipare.)

Quindi, dopo aver visto il film, tutte queste mie remore erano giustificate?

Innanzitutto è vero che Peter Falk ha la piccola parte del nonno che racconta una storia al nipote ammalato, distogliendolo dal videogame di baseball "Hardball" (a cui non mi sembra di aver mai giocato, non è male la grafica comunque). Questa parte nonno/nipote è veramente piccola rispetto al resto del film e mi chiedo se a sto punto non era meglio eliminarla proprio. C'è qualche tentativo di intersecare i due piani - realtà e fiaba - ma questi tentativi sono abbastanza esili.

Tipica espressione da dramma soap-operesco
E torniamo ora a Robin Wright. Ecco, c'è da dire che in effetti la sua recitazione è abbastanza soap-operesca, ma è lei stessa ad aver ammesso che sul set, più che recitare, era preoccupata di non fare la figura della fessa davanti a Mandy Patinkin e a Christopher Guest.

Devo dire che in generale la confezione del film ha un che di televisivo, la fotografia non ha dei particolari guizzi inventivi e in genere c'è questa estetica, anche nei costumi, che mi sa un po' di posticcio. Ho avuto un po' la sensazione di trovarmi in una attrazione di Gardaland.

Però questo stile da parco divertimenti è adatto al tono in cui la storia viene raccontata, infatti non siamo di fronte a un film serio né serioso bensì a una commedia che con un'incredibile capacità equilibristica riesce a stare sul filo della farsa senza mai caderci dentro.

Il film si prende gioco del genere narrativo fiabesco, ma senza cadere in uno sfottò demenziale ed è pieno di battute spiritose che rendono la visione veramente piacevole. Io guardavo il film e volevo davvero vedere come procedeva la storia, non ovviamente per il finale, ma per scoprire in quali situazioni divertenti si sarebbero trovati i personaggi.

E questi personaggi sono anch'essi dei punti forza (magari tralasciando il ruolo un po' scialbo della principessa che addirittura non riconosce il suo riconoscibilissimo amato solo perché indossa una maschera). Abbiamo il gigante rimaiolo Fezzik, interpretato da Andrè The Giant, di cui si dice che sul set bevesse ogni giorno una secchiata di un liquido alcolico random e poi facesse puzze tonanti.

Il divertente spadaccino Inigo Montoya, la cui missione è quella di trovare e uccidere l'assassino di suo padre. Il siciliano Vizzini alle prese con arguti ragionamenti per dedurre quale coppa non sia avvelenata. Billy Crystal irriconoscibile ma assai spassoso nel ruolo del taumaturgo Miracle Max. Convincente e mellifluo Chris Sarandon nel ruolo del malvagio principe e sottilmente divertente il personaggio del prete durante la celebrazione nuziale.

Insomma, un film molto gradevole anche se mi sembra esagerato definirlo capolavoro, come recita la locandina. E a proposito di locandina, essa mi sembra poco convincente, anche un po' fuorviante, con quello che sembra un orso e invece dovrebbe essere un ratto gigante e con quel personaggio in primo piano che impugna uno spadone alla Excalibur e che invece nel film nessuno usa. I protagonisti, infatti, si sfidano con spade più leggere, in coreografici duelli danzanti alla Errol Flynn.

Per riassumere, ero partita veramente prevenuta e pensavo che mi sarei slogata la mascella sbadigliando durante la visione. E invece no!

E ora vi consiglio di andare a leggere i post seguenti:

1) Questo, dove Cassidy vi spiega per filo e per segno tutto quello che dovete sapere su La storia fantastica

2) Qui, sul Zinefilo, dove si parla di film dalla serie A alla serie Z, per scoprire a che lettera Lucius avrà classificato il film.

3) E qua, su IPMP, guardatevi un po' la locandina d'annata!





martedì 20 marzo 2018

Il primo impatto

Vi è mai capitato di vedere un attore per la prima volta in un certo film e poi di rivedere quell'attore in altri ruoli ma di non riuscire più a separarlo dal primo ruolo in cui lo avete visto?

Ad esempio, ho visto la prima volta Simon Baker, di cui piazzo ora una foto:


in quel filmaccio chiamato Tutti i numeri del sesso, dove Winona Ryder faceva la serial killer. E Baker interpretava un piacione che passava tutto il film ad andare a letto con una lista lunghissima di donne. Io l'ho trovato di un antipatico questo personaggio, che ogni volta che vedo Baker, con quel sorrisetto poi, mi viene nervoso e cambio canale.

Oppure c'è il caso di un attore italiano, Peppino Mazzotta, segue foto:


che ho visto in Cado dalle nubi di Zalone, dove interpretava un giovane prete. Era così convincente che ogni volta che lo vedo, pure quando fa Montalbano, a me sembra sempre un prete in borghese.

Ho visto da alcune foto che adesso ha cambiato un po' look. Ecco, questo fatto potrebbe farmelo disassociare da quel ruolo perché altrimenti io sono fissata con questo fatto del prete e per me, già che fa da assistente a Montalbano, potrebbe farlo pure a don Matteo.

E voi, c'è qualche attore/ice da cui non riuscite a scollare un ruolo?



sabato 17 marzo 2018

Il salto della quaglia sotto il divano

Quest'oggi vorrei parlarvi di un libro e del relativo film che ne è stato tratto e devo ammettere che - sorpresa, sorpresa - ho preferito il film.

Non perché il libro non sia bello, ha pure vinto l'Edgar Award, che non è un premio conferito dal maggiordomo degli Aristogatti, bensì un premio assegnato dall'organizzazione Mystery Writers of America e che è stato vinto da gente tipo Agatha Christie, Ellery Queen, Georges Simenon, John Le Carrè, Graham Greene e un pacco di altri grandi autori.

Quindi non sto parlando di un libraccio, ma di un libro scritto bene e scritto da uno che dà l'impressione di sapere di cosa parla e che quindi caratterizza bene i protagonisti e l'ambiente in cui si muovono.

Qualcuno si starà forse chiedendo: ma di che libro stai dunque parlando?

Presto detto: "Spionaggio d'autore" di Brian Garfield il quale, oltre a non essere imparentato col gatto arancione, ha scritto ben 64 romanzi di cui ben pochi tradotti in italiano, a quanto mi risulta.

Ecco l'Edgar in questione
Ma perché mai non ho gradito particolarmente questo romanzo e verso metà lettura stavo perfino per abbandonarlo? (Poi ho detto: eccheccacchio, ho pagato, adesso lo leggo fino in fondo).

Il romanzo inizia con questo ex-agente segreto che è stato mandato in prepensionamento forzato perché reputato obsoleto dai capi della sua agenzia segreta. E questo ex-agente ha un po' la sindrome del pensionato e si annoia.

Lui anche ci prova a fare qualcosa per non annoiarsi, non gira per casa in vestaglia e ciabatte e nemmeno va per la strada a fare commenti nei cantieri.

Egli invece, nel tentativo di provare quelle scariche adrenaliniche che gli dava il suo lavoro, si cimenta in attività spericolate e per qualche momento smette di annoiarsi, solo che dopo un po' acquista dimestichezza con queste attività spericolate e rischiose e quindi torna ad annoiarsi come prima.
Anche al casinò stessa musica. Vince i soldoni e sbanca il banco ma continua ad annoiarsi.

E si permetterà anche a me di annoiarmi un po' a leggere di uno che si annoia? E forse anche voi vi state annoiando, al leggere di una che si annoiava mentre leggeva di uno che si annoia. (È una cateeeena, sai).

A questo punto Garfield, che forse anche lui si stava un po' annoiando a scrivere di uno che si annoia, fa avere al suo personaggio l'ideona che scioglierà il tedio come neve al sole: scrivere un libro dove vengono svelati tutti gli altarini e gli altaroni della sua ex agenzia di spionaggio.

Quindi l'ex-agente segreto scrive il libro (e ogni tanto si annoia anche mentre lo scrive, giuro!), poi inizia a spedire un capitolo alla volta a diverse case editrici in tutto il mondo. Non appena i suoi ex capi lo vengono a sapere, ecco che parte una mobilitazione di mezzi volta a stanare l'ex agente e impedirgli quindi di rivelare scomodi segreti al mondo intero.

Praticamente l'avere un sacco di gente che gli dà la caccia, consente all'ex-agente di non annoiarsi più. Non solo: siccome lui è più bravo di tutti quelli dell'agenzia, lascia apposta delle tracce durante i suoi spostamenti in modo che gli agenti abbiano una qualche possibilità di prenderlo. Altrimenti lui si annoierebbe se non avesse il fiato dei suoi inseguitori sul collo.

Il titolo originale del libro è Hopscotch che sarebbe il nostro gioco della campana, ma che vuol anche indicare un modo di procedere a balzelloni, un po' qua un po' là. Si potrebbe dire:"ho fatto l'Europa hopscotch", che è in effetti quello che succede nel libro. L'ex-agente passa da una località all'altra, lasciando qualche traccia del suo passaggio.

Insomma, non succede niente di così esaltante, niente che aumenti un po' la tensione. C'è un unico punto in cui al protagonista succede qualcosa di imprevisto, ma poi tutto si risolve in quattro e quattr'otto. Tutto fila liscio senza sorprese, è in pratica una storia di azione minimalista.  La caratterizzazione dei personaggi è fatta bene, ma c'è troppo poco movimento e quello che c'è scorre su dei binari troppo lisci.

Inoltre, il protagonista non è poi così simpatico, è uno bravissimo che sa far tutto, sempre un passo avanti agli altri. Abilissimo nel trucco in modo da sembrare convincentemente sia un arabo che uno svedese. Le uniche due donne che appaiono nella storia, in pratica gli cadono ai piedi. Di lui si dice che "le cose non gli accadono, è lui che accade a loro". Ma chi è? Chuck Norris?! Secondo me è un protagonista un po' noioso, tanto per rimanere in tema.

Col cavolo lo troverete! Ha ben 2 giorni di vantaggio su di voi,
che per lui sono anche troppi. Brody ha amici in tutte le città
e i villaggi da qui fino al Sudan, parla una decina di lingue,
conosce tutti i costumi del posto.
Si mimetizzerà, scomparirà, non lo rivedrete mai più..
Con un po' di fortuna avrà già preso il Santo Graal!
Dal romanzo è stato tratto un film che in italiano si intitola "Due sotto il divano".

Il ruolo dell'ex-agente segreto è interpretato dal grande Walter Matthau e già solo per questo motivo il film acquista ai miei occhi un certo numero di punti.

E a quanto pare, sia Walter che il regista hanno preteso che la sceneggiatura avesse un tono più leggero rispetto al film. Quindi via alla noia esistenziale e spazio per un po' di sano umorismo che di sicuro allontana ogni tedio, sia esistenziale che non.

È sicuramente più facile, nel film, entrare in empatia col personaggio dell'ex-agente anche perché lo si vede all'inizio venire denigrato e declassato dal suo capo, divertentemente interpretato da Ned Beatty che, man mano che il film procede, si infuria e si scarmiglia sempre più, prendendosela con tutti anche con l'FBI che dovrebbe dargli una mano e invece gli distrugge la casa delle vacanze in cui Matthau si era nascosto: "Adesso ho capito cosa significa FBI: fessi, buffoni e imbecilli".

La gag del ritratto del capo che cambia espressione quando
l'ex-agente gli parla facendosi beffe di lui.

Nel film trova spazio anche Glenda Jackson in una parte scritta appositamente per il film. Una parte un po' insulsa, per la verità, non contribuisce alla storia e l'impressione è che la Jackson sia stata un po' sprecata.

Immagino che sia a causa di questa presenza femminile che il titolo italiano è Due sotto il divano e si riferisce a una battuta tra Matthau e la Jackson (che in inglese tra l'altro è diversa). Secondo me è un titolo abbastanza scemo nonché fuorviante.

Anche il libro "esplosivo" che l'ex-agente scrive si intitola Hopscotch e nella versione italiana del film viene tradotto, in maniera più divertente e calzante, con "Il salto alla quaglia". Sarebbe stato un buon titolo anche per il film.

E last but not least, una massiccia dose della colonna sonora è costituita da musiche di Mozart e Mozart è sempre un bel sentire.

Vi consiglio inoltre di leggere l'articolo bibliofilo che Lucius ha scritto sul libro e sul film.

Saluti.


lunedì 5 marzo 2018

A domanda rispondo

Il poliedrico Ivano Landi mi ha coinvolto in questo gioco che consiste nel rispondere a ben 25 domande cinematografiche, indiscrete, per giunta.
Andiamo a cominciare.


1. Il personaggio cinematografico che vorrei essere?

Relativamente ai personaggi femminili, il mio desiderio alterna tra:

Deloris van Cartier aka Suor Maria Claretta, perché invidio la sua verve straordinaria

e

Vicky Vale, per essere salvata da Batman, quel Batman
(e magari fate partire in sottofondo la musica di Danny Elfman)

Ma siccome molto spesso prediligo i personaggi maschili, esprimo una preferenza anche in tal senso. E anche qua oscillo tra due:

Un pirata estremamente ridicolo, come non amarlo?
 e

Il mitico scienziato bizzarro, anche lui pieno di verve.


2. Genere che amo e genere che odio?
In base ai bizzarri personaggi scelti sopra si dovrebbe capire che il genere che amo è la commedia.
Invece non amo per niente i film di viulenza, specie se splatter.

3. Film in lingua originale o doppiati?
Un film doppiato mi piace molto se è doppiato bene e con belle voci. Quando un film lo conosco bene in italiano, provo sempre a sentire com'è anche in inglese.
In generale però bisogna avere l'orecchio allenato per poter apprezzare un film in originale. Ce ne sono diversi in cui se non ho i sottotitoli non capisco una cippa.
Comunque ultimamente sopporto sempre meno i moderni doppiatori, mi sembrano in generale piuttosto anonimi e con una voce troppo impostata.

4. L'ultimo film che ho comprato?
Appartamento al Plaza con Walther Matthau che recita tre diverse parti.


5. Sono mai andato al cinema da solo?
A voja, certo che sì.

6. Cosa ne penso dei Blu-Ray?
Sono per me una creatura mitologica di cui a stento conosco l'esistenza.

7. Che rapporto ho con il 3D?
Pessimo, se posso lo evito e vorrei che i creatori di film in 3D evitassero di fare ancora scene in cui buttano oggetti addosso agli spettatori.

8. Cosa rende un film uno dei miei preferiti?
La capacità di migliorarmi l'umore in positivo, alla prima come alla centesima visione. 

9. Preferisco vedere i film da solo o in compagnia? 
Entrambe le cose.

10. Ultimo film che ho visto?
Un film che adesso non dirò perché ne scriverò più avanti. Come indizio dico che indirettamente c'entra Guillermo del Toro.

11. Un film che mi ha fatto riflettere?
Under the Skin mi ha fatto parecchio pensare. Non so quale significato intendesse dare il regista, comunque a me ha fatto venire in mente che si può smettere di fare azioni negative se ci si rende davvero conto dell'effetto che tali azioni hanno sugli altri.

12. Un film che mi ha fatto ridere?
Invito a cena con delitto mi ha sempre fatto molto ridere. E inoltre mi ricordo di essermi spanciata dalle risate in Un giorno alle corse con i fratelli Marx, in particolare nella scena dove Chico vende a Groucho un'intera enciclopedia ippica, composta da numerosi volumi. Groucho cerca in tutti i modi di tenere questi libri, anche con le ginocchia e a un certo punto dice:"Menomale che mi sono ricordato di portare le gambe".

Divertentissimi!
Il film ve lo consiglio assai

13. Un film che mi ha fatto piangere?
Probabilmente è stato il momento specifico in cui l'ho visto, ma nonostante sapessi come andava a finire e nonostante per tutto il film non mi sentissi particolarmente coinvolta, alla fine ho pianto come una fontana. Ebbene, devo confessare che il film in questione è Titanic.

14. Un film orribile?
Fuga di cervelli di e con il simpaticissimo Ruffini.

15. Un film che non ho visto perché mi sono addormentato?
Penso di essermi addormentata due volte nel tentativo di guardare Batman Returns. Comunque, alla terza volta, (con metodo Mr.Bean), ce l'ho poi fatta a vederlo. Vabbè, dai non esageriamo, so bene che non è così soporifero!

Metodo Mr.Bean

16. Un film che non ho visto perché stavo facendo le "cosacce"?
Ma quando mai! Se si paga il biglietto, non ci sono cosacce che tengano!

17. Il film più lungo che ho visto?
Credo Via col vento, quasi 4 ore di film.

18. Il film che mi ha deluso?
Mah, forse perché tutti mi dicevano "Pulp Fiction! Come, non hai visto Pulp Fiction? Pulp Fiction! Pulp Fiction! bisogna proprio vederlo, Pulp Fiction!"  E alla fine l'ho visto, ma che devo dire? Non mi ha impressionato. Forse non l'ho capito e ancora mi chiedo perché la storia sia raccontata a quel modo. Credo di non avere grande affinità con Tarantino.

19. Un film che so a memoria?
Eccoli qua, appena tornati dalla loro tournèe trionfale di tre mesi in tutta l’Europa, l’Oceania e tutta la Polinesia del sud. Un bell’applauso per gli amici di Calumet City dell’Illinois. La show band di Joliet Jake ed Elwood Blues, i Blues Brothers.       

20. Un film che ho visto al cinema perché mi ci hanno trascinato?
Non credo di essere mai stata trascinata da nessuna parte, però non so se ero molto convinta quando mi hanno portato a vedere Resident Evil. Forse ho acconsentito perché avevo giocato in precedenza al videogioco.

21. Il film più bello tratto da un libro?
Mi era molto piaciuto Quel che resta del giorno, quando Anthony Hopkins non gigioneggiava ancora.

22. Il film più datato che ho visto?
Credo questo, del 1927. Dopo aver letto la risposta di Michele del Cumbrugliume, mi sono accorta che probabilmente Il Monello, del 1921, è probabilmente il film più vecchio che ho visto. Uso il termine "vecchio" perché "datato" mi fa pensare a un film che ha perso valore negli anni. Il Monello è un film vecchio ma non datato mentre ad esempio Vacanze Romane è un film sia vecchio che datato.


23. Miglior colonna sonora?
Quanto migliore non so, ma mi è sempre molto piaciuta la colonna sonora di A spasso con Daisy. Mi piacerebbe però che ne venisse eseguita una versione con una vera orchestra.
Però quando sento il tema di Batman (1989) e quello dei pirati caraibici mi gaso a mille.

24. Migliore saga cinematografica? 
Non credo di essere molto esperta in saghe, comunque la trilogia dell'anello mi piace.

25. Miglior remake?
Con tutti i remake che fanno continuamente, non me ne viene in mente neanche uno. In compenso posso dire qual è il peggiore: FBI Operazione gatto!


E ora passo la palla ad altri blogger

Inchiostro, fusa e draghi
Non può essere vero
Ero Daria
Beatrina Incorporella
I am not gossip girl
L'agora del rock poeta
Amici animali


Non sono nemmeno blog di cinema, ma mi piace come scrivono per cui, qualora volessero partecipare, sono certa che risponderanno alle domande in maniera interessante.


 

venerdì 23 febbraio 2018

Il buio oltre la siepe (pullula di volatili)

Finito il carnevale, siamo adesso in Quaresima per cui vi beccate il post "serio".

Una donna, soprannominata Scout, narra le vicende avvenute durante tre anni della sua infanzia trascorsa negli anni '30 in una cittadina dell'Alabama, dove viveva con il fratello e il padre avvocato (Gregory Peck).
Dal suo racconto emerge uno spaccato della vita dell'epoca e del luogo, con i suoi personaggi, le attività e i modi di pensare.

Scout, il fratello e un amichetto passavano le estati inventandosi ogni sorta di gioco, ma la cosa che più li affascinava era la casa in cui abitava il misterioso Boo Radley. Nessuno vedeva mai questo Boo Radley e su di lui giravano ogni sorta di leggende; si diceva, infatti, che il padre lo tenesse incatenato al letto di giorno e gli consentisse di uscire fuori soltanto di notte, a grattare sulle porte dei vicini.

Si diceva che Boo avesse una cicatrice lunga su tutta la faccia, i denti gialli e bacati, gli occhi di fuori come i rospi, una voce non umana e che adorasse mangiare scoiattoli e gatti crudi.

I tre bambini erano spaventati e al contempo attirati da questo misterioso personaggio. Avevano paura di passare davanti a casa sua, ma al contempo si sfidavano in gare di coraggio per stabilire chi fosse abbastanza temerario da addentrarsi nel giardino di Boo Radley e magari toccare la porta di casa sua.

Gioco estivo con pneumatico: il frullacervello

Il personaggio di Boo aleggia come un fantasma per tutta la storia, ma l'evento che ha segnato maggiormente quei tre anni d'infanzia è stato il processo a un uomo di colore accusato di aver violentato una donna bianca. Il padre di Scout si era occupato di difendere l'imputato e questo fatto aveva scatenato le ire e maldicenze di diverse persone che non si facevano molti scrupoli ad apostrofare l'avvocato come negrofilo ("nigger lover") e a far pesare la cosa a lui e ai figli. Certo che anche 'sti neri, pretendono anche di avere un bravo avvocato, di questo passo dove andremo a finire, signora mia?

Riuscirà l'avvocato a convincere la giuria che esiste ben più di un ragionevole dubbio sulla colpevolezza del suo imputato e riuscirà quindi a farlo scagionare? Solo gli spettatori o i lettori del libro potranno saperlo.

L'avvocato e il giudice, di sera in veranda, si lamentano che fa caldo.
Se oltre alla camicia, gilè e giacca si mettessero anche il cappotto
avrebbero certamente meno caldo.

Non si pensi che il film sia del genere avvocatesco. Il processo in sé non occupa molto spazio e ne occupa ancor meno nel libro, in proporzione al resto.

Il significato di tale processo è però importante ed è uno dei diversi elementi della storia che stanno a indicare che, purtroppo, per molte persone non è importante la verità, o perlomeno la ricerca di essa, ma l'idea che esse hanno della verità. È importante stabilire se un uomo di colore ha o meno violentato una donna bianca? Secondo molti non è importante, l'importante è che l'imputato sia nero e si sa che i neri non possono essere lasciati vicino alle donne bianche perché le violenteranno sicuramente.

Un personaggio tenta di fuggire di prigione e i commenti sono:"tipico di un negro scappare, non pensare al futuro."

Nel libro, la maestra presumibilmente ebrea di Scout dapprima condanna aspramente il genocidio compiuto da Hitler, dicendo che in America, contrariamente che in Germania, nessuno viene perseguitato. Poi però, a proposito del processo e dei neri, Scout la sente dire: "è ora che qualcuno dia loro una lezione, hanno alzato troppo la cresta e un po' alla volta si mettono in testa di poterci anche sposare". La maestra probabilmente è bipolare, o forse soffre della sindrome di Gollum.

I razzismi e le discriminazioni trovano terreno fertile nell'ignoranza, nella cattiveria, nella paura, ma anche nella pigrizia che porta spesso a facili generalizzazioni. È molto semplice dare un giudizio su qualcosa o qualcuno in base a idee preconcette, spesso sbagliate.

Di questo tizio non c'è da fidarsi perché è nero. 
Oppure perchè ha i capelli lunghi.
Oppure perché non ha la giacca e cravatta.
Non va in chiesa la domenica.
Oppure non va nella chiesa che dico io, la domenica. 
Boo Radley non esce mai di casa, non invita nessuno, è certamente un mostro. E poi non va in chiesa la domenica.

Quante volte vi è capitato di sentire affermazioni del genere? Credo parecchie.
E invece bisogna sempre sforzarsi di andare oltre le generalizzazioni e valutare singolarmente le persone e le situazioni. (Che poi, ci sono situazioni in cui possiamo anche fare a meno di dare i nostri giudizi, il mondo se ne farà una ragione.)

Credo che questo post stia diventando un tantino retorico, però mi pare che dagli anni '30 in qua le cose non siano tanto migliorate visto che, all'alba del 2018, c'è chi invoca il ripristino dei metodi nazisti.

Comunque, anche senza arrivare a livelli così assurdi, credo che tutti quanti, talvolta, diamo giudizi basati su pre-giudizi e preconcetti. Oppure ci capita di dare troppo o troppo poco credito a qualche affermazione solo perché la persona che la fa ci è troppo o troppo poco simpatica.
Ho sentito più di una volta persone buone, che non farebbero del male al loro peggior nemico, esprimere opinioni basate su considerazioni davvero superficiali, che non scalfiscono neanche la crosta. Per cui, prima di dare giudizi su qualcuno, non sarebbe male mettersi nei panni di quel qualcuno, come consiglia l'avvocato del film. (E sia chiaro che mi ci metto anche io in questo discorso.)

Ecco, non sono così tanto ottimista da condividere in toto il pensiero che "quasi tutti sono simpatici quando si arriva a capirli", comunque qualche sforzo val la pena di farlo.

Non ci sono più i medici di una volta: il fratello di Scout, in seguito a un certo evento,
riporta un braccio rotto. Il medico condotto lo visita e gli fa pure il gesso sul momento!

Il film fa una buona trasposizione del libro; ovviamente opera dei tagli ma le cose più significative sono riportate fedelmente. (Interessante, nel libro, una critica a una certa riforma scolastica in atto in quel periodo. A quanto mi è sembrato di capire, i bambini non dovevano imparare a leggere partendo dalle singole lettere, gli venivano bensì presentati dei cartelli con le parole intere e da quelli avrebbero dovuto imparare. Il metodo non pareva riscuotere grande successo.) Bravi gli attori, c'è pure un giovanissimo e irriconoscibile Robert Duvall nel brevissimo (e un po' inquietante) ruolo di Boo Radley.

Una scena mi è piaciuta poco perché irrealistica e cioè quando una masnada di uomini va alla prigione con l'intento di linciare l'imputato che si trova al suo interno. L'avvocato, sulla porta, cerca di mandare via questi uomini, ma essi non sentono ragioni. Solo quando arrivano i figli dell'avvocato e Scout fa un discorsetto a uno di loro, questi se ne vanno con la coda tra le gambe. Ecco, ho trovato questa scena un po' troppo forzata. È comunque presente anche nel libro.

I titoli di testa mi hanno particolarmente colpito: mentre passano le scritte, scorrono immagini molto ravvicinate di oggetti come biglie, colori, orologi, matite. Una cosa credo insolita per l'epoca e invece ben più consueta nei film a partire dalla fine degli anni '90 in poi.

Domanda (leggasi didascalia della foto seguente):

Ma se, camminando per strada, trovaste in un albero cavo delle
statuine che vi rappresentano, come reagireste?

E magari vi chiedete: ma perché hai messo un titolo del genere a questo post?
Beh, perché, come sicuramente sapete, il titolo originale del film è To Kill a Mockingbird e questo famigerato uccello mockingbird viene tradotto nei più vari modi: tordo, usignolo, merlo.
Non solo, l'avvocato si chiama Atticus Finch e finch vuol dire fringuello. Ecco spiegato il titolo del post.

Avvocato Fringuello, mi ha convinto!
In quanto giudice di questo Kuk-tribunale, dichiaro questo film: BELLO!
L'udienza è tolta!


sabato 10 febbraio 2018

... continua

"I GOT YOU BABE"

"Vale anche per te, Cher!
SMETTILA SUBITO CON QUESTA CANZONE"
Ih! ih! ih!

Ce l'avete la sensazione di loop temporale?
Non temete, arriveranno post più seri.
(Una volta questo blog era "serio", poi ha preso una deriva bislacca.)

venerdì 9 febbraio 2018

Immaginarie richieste musicali

Suonala ancora, Sam

NON suonarla ancora, Sonny

Questo post giunge un po' in ritardo rispetto al giorno della marmotta, comunque la marmotta ha predetto ancora sei settimane d'inverno. Sappiatevi regolare.

mercoledì 7 febbraio 2018

Genius (ma non era anche una trasmissione di Mike Bongiorno?)

Credo che questo post non sarà molto popolare, ma ehi, non sono qua per cercare consensi e se qualcuno la pensa diversamente se ne può discutere.

Ogni tanto emergo dalle sabbie del tempo e anche io guardo film che hanno meno di cinquant'anni.

Genius parla del rapporto lavorativo/amicale tra lo scrittore Thomas Wolfe e il suo editore Max Perkins.

Ecco, la mia impressione è che film del genere rappresentino in maniera molto patinata e finta personaggi realmente esistiti che nella vita reale probabilmente erano molto più interessanti.

Tutto è eccessivamente drammatico e filmico, ogni frase sembra debba essere scolpita nella pietra, a imperitura memoria.

Personaggi femminili inutili il cui unico ruolo è quello di lamentarsi perché trascurate dai loro uomini. Tipico cliché trito e ritrito.

Jude Law recita in maniera a mio avviso esagerata, ma si sa che un genio, pardon, un genius deve mostrare in maniera evidente il suo essere sopra le righe, sennò lo spettatore non capisce che quello è un genius.

Poi, lo ammetto, ho un problema con Colin Firth. Non ho niente in contrario alla recitazione minimale, anzi, ma a me lui ricorda un moai, con la stessa espressione in qualsiasi situazione. Colin, non te la prendere, hai pure vinto l'Oscar, chettefrega se non mi emozioni. È certamente un problema mio, perché Colin Firth piace a tutti. Mi sta pure simpatico, ma che devo fare?

Nel film, il personaggio di Perkins porta sempre il cappello. Sempre. Sia che lavori, mangi o si riposi. Sono andata a cercare informazioni in merito e pare che il vero Perkins avesse proprio quest'abitudine, nonostante nessuna delle foto che si trovano su Google lo ritraggano col cappello. Nel film non mi pare si dica niente in merito, ma in un libro che parla di Perkins, l'autore dà delle ipotesi che potrebbero spiegare la costante presenza del fedora. Una potrebbe essere che il cappello dava l'impressione che Perkins fosse sul punto di uscire dall'ufficio, per cui se arrivava qualche visitatore inaspettato, la conversazione non sarebbe andata tanto per le lunghe. Un'altra ipotesi è che il cappello spingeva le orecchie di Perkins in avanti consentendogli di sentire meglio!

Magari, se nel film si fossero dette queste cose, forse il personaggio sarebbe risultato più reale e tangibile, ma mi rendo conto che aneddoti del genere, evidentemente, non sono sufficientemente aulici.

L'unica cosa per me interessante del film è la rappresentazione del ruolo dell'editor nella correzione di un romanzo e che magari potrebbe far riflettere certi scrittori (nonché scrittrici) un po' boriosi che ritengono perfetta e intoccabile ogni parola che gli cade sul foglio.

Ho terminato l'invettiva.

venerdì 2 febbraio 2018

Operazioni chirurgiche anni '60

Avete presente quel quiz stile ProntoRaffaella dove c'è la foto di un volto artificiosamente creato prendendo gli elementi da diverse persone e bisogna indovinare di chi è ciascun elemento? Ad esempio: si combina insieme un occhio di Grillo e l'altro di Bersani, si piazza il naso di Brunetta e la bocca di Renzi e si incornicia il tutto con i capelli di Silvio.

A volte, quando vedo certe persone reduci da una o più sessioni dal chirurgo estetico, mi viene proprio in mente questo gioco.
Perché certi personaggi si fanno fare bocche troppo grandi e le accostano a nasi troppo piccoli?
Perché qualcuno desidera avere zigomi enormi come panettoni?
Perché gli occhi appaiono spesso o troppo piccoli o troppo grandi?
In sintesi: perché manca il senso della proporzione e queste persone non capiscono che la bellezza di un volto non consiste nell'accostamento quasi casuale di elementi che non stanno bene uno vicino all'altro?

Ecco, se per caso volevate vedere
il leviatano frankensteiniano
sopra descritto. Forse però
non lo volevate davvero vedere.

Forse qualche pensiero simile ce l' aveva anche Saul Bass, quando nel 1966 ha realizzato i titoli di testa del film Operazione diabolica. Contrariamente alla maggior parte dei titoli di cui si è occupato, questi non hanno le sue illustrazioni ma mostrano delle inquadrature ravvicinate e distorte di parti di un volto umano. L'idea di Bass era quella di scomporre gli elementi di un volto, distorcerli e ricombinarli nuovamente allo scopo di preparare lo spettatore alla storia del film.

E di cosa parla questa storia? Parla di un uomo di 60 anni, sposato e con un ottimo impiego, ma insoddisfatto della sua vita. E il peggio è che non sa neanche lui esattamente qual è il motivo della sua insoddisfazione. Un giorno, l'uomo inizia a ricevere delle incalzanti telefonate da parte di un amico che riteneva morto. Questo amico lo convince a recarsi presso gli uffici di una misteriosa organizzazione che sarà in grado di cambiargli la vita.

L'uomo ci va e quelli dell'organizzazione gli cambiano la vita davvero in tutti i sensi. Questi misteriosi individui si occupano infatti di dare ai propri clienti delle nuove identità; si vantano di dare loro una nuova vita più soddisfacente, una seconda opportunità, una vera e propria rinascita.

L'uomo viene convinto, ma in realtà anche costretto, a sottoporsi a un intervento chirurgico in seguito al quale si risveglierà con l'aspetto di un giovane trentenne con la faccia di Rock Hudson. Gli viene dato un nuovo nome, una casa in riva al mare con tanto di maggiordomo e studio per poter dipingere. Per quanto riguarda la sua vecchia identità, verrà inscenata una morte.

L'uomo però ben presto si accorgerà che questa nuova vita, apparentemente così perfetta, senza responsabilità, senza il peso della vecchiaia incombente e senza la costrizione di un lavoro poco creativo, non è davvero quello che lui desidera e chiede a quelli dell'organizzazione di cambiare di nuovo identità, questa volta facendo le cose a modo suo. Ma quelli dell'organizzazione non sono tanto d'accordo...

Alcune immagini dei titoli

Il film è incentrato sul "solito" discorso dell'individuo che a un certo punto della sua esistenza si rende conto che le cose che fa o che ha non sono davvero quelle che voleva fare o avere. Ho messo "solito" tra virgolette per intendere che l'argomento non è certo nuovo ma non per questo è un argomento banale. Anzi se già i filosofi dei millenni scorsi ce la battevano col 'conoscere se stessi' e noi siamo ancora qua che non lo abbiamo ben capito, è meglio se continuiamo a parlare dell'argomento. Repetita iuvant, forse.

Comunque, cinquant'anni dopo che è stato fatto questo film, siamo ancora qui col mito del sempre giovani, sempre belli e tirati e dove non arriva la chirurgia ci pensano i filtri Instagram.

A proposito, lo sapevate che la chirurgia estetica è vecchia di millenni e veniva usata per ricostruire parti del corpo danneggiate da ferite, malattie o punizioni giudiziarie? È solo a cavallo fra l'800 e il '900 che questo tipo di chirurgia ha iniziato a essere utilizzato per alterare la fisionomia a scopi puramente estetici. Molti inoltre cercavano di modificare quei tratti somatici che maggiormente indicavano la loro appartenenza a una certa etnia.

Negli anni '60 poi c'è stato il boom e mi pare che la tendenza sia in crescita. Anzi, forse adesso la cosa è così comune che non ci si fa tante domande in merito, ma nei decenni scorsi il tema dell'alterazione corporea mi sembra fosse abbastanza sentito.

Ho intitolato il post "Operazioni chirurgiche anni '60" perché oltre a questo film vorrei citare anche due episodi del mai abbastanza lodato telefilm "Ai confini della realtà".

Nr 12 looks just like you
Uno è intitolato Il numero 12 ti assomiglia e parla di come le persone, in un ipotetico futuro, vengono indotte a sottoporsi a un'operazione chirurgica in seguito alla quale diventeranno uguali a un modello scelto in un "catalogo". Naturalmente questo significa che moltissime persone saranno identiche tra loro. L'operazione uniformerà anche il modo di pensare delle persone che vi sottopongono.

L'altro episodio è il famosissimo È bello quel che piace dove una giovane donna dall'aspetto fuori dal comune si fa operare ben 12 volte per tentare di essere simile agli altri.

E si evince bene l'annosa questione: essere se stessi (ammesso di sapere come si è) o essere come gli altri? L'uomo medio desidera uniformarsi alla massa, avere l'aspetto giusto, possedere e fare le cose giuste perché essere diversi è più difficile, è una lotta psicologica (ma anche pratica) continua.

Eppure anche il continuo uniformarsi costa fatica ed è fonte di nevrosi. Inoltre, l'uomo medio segretamente ambisce a distinguersi e a essere ammirato e passa la vita cercando di far parte della massa ma al contempo di elevarsi appena appena al di sopra di essa.

Ho accomunato il film (con i bravissimi John Randolph e Rock Hudson nei ruoli pre e post operatorio) con i due episodi di Twilight Zone perché condividono i temi e quell'estetica simile, tipica di quel periodo, dove il futuro veniva visto come qualcosa di ordinato, essenziale, asettico e angosciante. Il modo di raccontare le storie è privo di distrazioni, va direttamente all'essenza di quello che si vuole esprimere. Le carte sono in tavola ma danno molto da pensare allo spettatore.

Inoltre i finali sono a sorpresa.

A questo punto, chi sono questi 5 famosissimi attori?

La versione attoriale non è tanto meglio di quella politica




lunedì 15 gennaio 2018

Sballo spaziale


REPLAY
Un giorno, in una galassia molto, molto, molto, molto lontana, la Civetta ha deciso di guardare per la prima volta in vita sua "Balle Spaziali".

La Civetta era ben predisposta e si è divertita al vedere le treccia-cuffie della Principessa Vespa.

Ma tutto a un tratto, all'11esimo minuto, è apparso sullo schermo l'orripilante Pizza.

La Civetta è rimasta sconvolta e non è riuscita a proseguire la visione.

La Civetta si scusa e saluta i fans che riescono a leggere e non hanno quindi bisogno di occhiali.
(Questo audio era dedicato a coloro che invece hanno bisogno di occhiali)






Se volete quindi saperne qualcosa è meglio che leggiate l'esperto:
https://labaravolante.blogspot.it/2018/01/balle-spaziali-1987-che-lo-sforzo-sia.html

I motivi scientifici per cui dovete guardare il film:
http://www.cumbrugliume.it/2018/01/15/dieci-motivi-riguardare-balle-spaziali/

E scommetto che adorerete sguazzare nei chicchifici:
https://aliens30anni.wordpress.com/2018/01/15/balle-spaziali-1987/
https://italianpulpmovieposters.wordpress.com/2015/07/15/balle-spaziali-1987/

martedì 9 gennaio 2018

Cos'è esattamente che devo guard(i)are?

Mi piace molto guardare le locandine anche se sempre più difficilmente mi colpiscono. Per questo motivo ho fatto un banner con omaggio a Saul Bass, famoso grafico creatore di poster e animazioni di titoli di testa. Mi piace moltissimo la sua grafica minimale sia per l'aspetto estetico ma soprattutto per l'idea e il significato che metteva nelle sue opere.

Adesso uno pensa che sto per fare un post serio su Bass e sulle locandine.
Macchè.
Probabilmente prima o poi lo farò, ma non è questo il giorno.

Dopo questa intro, osservate attentamente questa locandina:


Bene, niente di strano. È la la locandina del famoso film "The Bodyguard - Guardia del corpo", con Whitney Houston e Kevin Costner. Luce dall'alto che illumina in modo discreto le forme dei protagonisti, frange del vestito di Whitney che danno un senso di movimento.

Guardate ora la seguente locandina:


Forse influenzata da quella di "Come ti ammazzo il bodyguard", appena ho visto questa, il mio primissimo pensiero è stato che anch'essa fosse una specie di poster-parodia o che avesse qualche intento comico. Invece, ho scoperto che esiste il musical tratto dal film The Bodyguard e questa locandina è proprio quella della versione italiana del musical e specificatamente della tappa romana, che era in scena fino a poco tempo fa.
Pare che lo show abbia avuto un certo successo. Mi fa piacere che i teatri funzionino.

Diciamo che la locandina esiste in varie declinazioni comunque questa era presente sul sito del teatro per qualche giorno (con tanto di date) ma poi ne hanno messa un'altra, leggermente diversa. Ignoro i motivi del cambio, la donna non sembrava la stessa, infatti c'erano due artiste che si dividevano il ruolo che fu di Whitney Houston. Soprattutto però era il taglio della foto ad essere cambiato, fortunatamente.

Voglio credere che abbiano deciso che questa foto che vedete qua sopra, che è una foto di scena e come foto di scena va bene, non fosse del tutto adatta a una locandina, senza un minimo di ritocco. Un po' per la posa poco naturale degli attori, ma soprattutto per via di quella luce dal basso che punta proprio lì, sul posteriore di lei, mettendolo troppo al centro dell'attenzione.

Se guardo questo poster, più che pensare a The Bodyguard - Guardia del corpo mi viene da pensare: The Bodyguard - Guard che...

domenica 7 gennaio 2018

The not so useful (but neither useless) superpower!

Qualche tempo fa, de vliegende Cassidy, che di recente ha fatto un'approfondita rassegna sul cinema di Paul Verhoeven che vi consiglio di leggere, mi ha taggato per un gioco nerd blogghistico. Esso consiste nel descrivere una abilità sviluppatissima del blogger che viene taggato, ma per lo più inutile nella vita di tutti i giorni.

Il potere di Cassidy è in pratica quello di mangiare come l'ectoplasma Slimer ma senza mettere su i suoi doppimenti e, secondo me, soprattutto nel periodo festivo, non è mica tanto inutile.

Di sicuro Cassidy è invidiato da quelle modellattrici magrissime che mentono sapendo di mentire quando dicono che non sono a dieta, mangiano tutto, anche il gelato. Forse il gelato lo mangeranno anche, ma non mi stupirei fosse l'unico pasto della settimana.

Per cercare in questo momento di avere una visione un po' più ottimistica delle cose, ho cambiato un po' il nome del giochino, dandogli una connotazione più positiva.

Dunque, ho dato un nome al mio superpotere: Random Donkey Discovery.

Cosa significa? Significa che spesso quando devo fare qualcosa che magari non so bene come fare, inspiegabilmente mi ritrovo a farla in una maniera bizzarra, troppo complicata, goffa. Quando mi viene fatto notare (o al limite me ne accorgo da sola), insisto cocciutamente a procedere in quel modo adducendo come scusa:"beh, ma voglio vedere, a titolo speculativo, se si può fare anche così...", anche se questo significa metterci il triplo del tempo e non essere nemmeno sicura del risultato. E mi fisso e voglio davvero vedere se la cosa si può fare anche in quel modo.

A volte questo succede anche se devo raggiungere un posto e non so bene come. Mi ficco in percorsi alternativi spesso illogici da cui non è detto che poi sappia come uscirne, ma insisto e persevero.

E ora attenzione, arriva il potere: in modo del tutto casuale (e quindi potrebbe anche non avvenire), si verifica qualche scoperta: imparo qualcosa di insolito e interessante che potrebbe servirmi in un altro momento oppure scopro qualche località fantastica degna di nota di cui avrei del tutto ignorato l'esistenza. È successo diverse volte quindi il potere c'è!

Però devo avere il tempo e la voglia di perserverare; perché spesso va a finire che mi rompo le scatole e quindi finisco in modo raffazzonato la cosa che dovevo fare. 
Se invece sono on the road, può essere che vado a ficcarmi in posti in cui poi per tirarmi fuori bisogna chiamare l'elicottero.